Amore Tossico: Quando Stare Insieme Fa Male

Amore Tossico_ quando stare insieme fa male

Articolo scritto dalla Dr.ssa Erika Trombotto

Il titolo di questo articolo, prende spunto da un libro di Patricia Delahaie, sociologa francese, esperta in terapia di coppia intitolato appunto “Amori Tossici: quando stare insieme fa male”, e si pone l’obiettivo di far conoscere questa lettura a chi voglia approcciarsi e per saperne di più rispetto all’argomento: dipendenza affettiva. 

1. La dipendenza affettiva

Può essere definita come uno stato di malessere psicologico, in cui la relazione di coppia è vissuta come condizione unica, indispensabile e necessaria, senza la quale non si riesce a vivere e ad esistere. Si attribuisce un’importanza totale all’altro, annullando se stessi e non ascoltando più i propri bisogni.

Pur non essendo presente nel DSM-5, il Manuale Diagnostico Statistico (American Psychiatric Association, 2013) per insufficienza di dati sperimentali, essa viene classificata tra le “New Addiction”, ovvero le nuove dipendenze di tipo comportamentale, come per esempio, il gioco d’azzardo patologico, la dipendenza da sesso, la dipendenza da internet, shopping compulsivo, dipendenza da sport e da lavoro. 

La parola dipendenza tendenzialmente evoca nella nostra mente una situazione in cui non si riesce a fare a meno di qualcosa per sopravvivere: per alcuni è la dipendenza da sostanze stupefacenti, per altri è la tecnologia, per altri ancora è il gioco d’azzardo, per altri ancora invece è l’amore. Prima di continuare vorrei però sfatare alcuni falsi miti:

  1. Può esistere allora una dipendenza sana?
  2. Può esserci un’indipendenza che possa sfociare nella paura e nel terrore di relazioni intime?
  3. Esiste un’indipendenza economica, sociale, lavorativa senza una vera autonomia interiore?  

Le risposte a queste domande sono: sì, sì e ancora sì.

2. Dipendenza e Attaccamento 

Proviamo a vedere insieme i concetti di dipendenza ed indipendenza, partendo dalla Teoria dell’Attaccamento di John Bowlby (Teoria dell’Attaccamento, 1988) che può fornire una bussola per aiutarci a riconoscere e regolare le nostre emozioni. Secondo questa teoria, tutti noi, in modo innato, fin dalla nascita, ricerchiamo protezione e sicurezza, ricercando una vicinanza con il nostro caregiver: esiste dunque una dipendenza dall’altro sana in grado di assicurarci la sopravvivenza. In situazioni di vulnerabilità l’uomo si assicura la vicinanza di qualcuno in grado di offrire conforto, protezione e sicurezza. Il caregiver (adulto di riferimento) che, nei migliore dei casi, risponde in modo adeguato al bambino, alleviando il suo disagio e proteggendolo dai pericoli, lo aiuta a regolare le proprie emozioni e gradualmente ad apprendere una strategia efficace di regolazione emotiva, ovvero quella di ricerca di una base sicura e la presenza dell’adulto in una situazione di vulnerabilità: questa modalità di comportamento viene definita attaccamento sicuro. Esistono però altre strategie di regolazione emotiva che possono essere inserite sotto il cappello di attaccamento insicuro:

  1. Per placare l’angoscia il bambino si iper-attiva, richiedendo continua attenzione e vicinanza in uno stato di allarme e vigilanza verso i pericoli e con continua preoccupazione con lo scopo di anticiparli, questa strategia però non fa altro che aumentare l’angoscia e rientra in un attaccamento insicuro ansioso.
  2. Per placare l’angoscia di fronte ad un caregiver distante, il bambino sviluppa la tendenza ad arrangiarsi da solo e a contare su di sé, con la sensazione  che le le relazioni di vicinanza siano una fregatura e siano pericolose. Queste strategie portano ad una distanza dall’altro, nel tentativo di sopprimere brutti pensieri e  ricordi. Questa modalità rientra in uno stile di attaccamento insicuro evitante. 

Questi stili vengono immagazzinati e diventano modelli che influenzeranno il modo in cui una persona adulta svilupperà una rappresentazione di sé, dell’altro e di sé con l’altro. Questi modelli influiranno anche sul modo in cui una persona adulta cercherà di gestire e regolare le proprie emozioni e comportamenti; questo processo dunque si riverserà nelle relazioni adulte e di amore.

Secondo Schellenbaum (2005) in una persona che soffre di dipendenza affettiva vi è alla base del legame un “bisogno di amore” che si basa su una significativa carenza, la cosiddetta “ferita dei non amati” e questa condizione ha origine nell’infanzia, dalla necessità di soddisfacimento dei bisogni primari di nutrimento emotivo e di accettazione incondizionata da parte dell’adulto.

3. Postulati della dipendenza affettiva

Molte ricerche su questo argomento hanno in comune rispetto alla dipendenza affettiva questi postulati: 

  1. Alla base della dipendenza affettiva vi è la profonda necessità di legarsi ad un’altra persona
  2. È presente il bisogno di connettersi emotivamente con l’altro perché la propria autostima e identità sono costruite sull’opinione altrui
  3. Il disamore di sé, la sfiducia nel proprio valore e nelle proprie capacità creano la paura di non essere degni d’amore
  4. La necessità continua di rassicurazioni e di ricerca di conferme di sé nel partner, sono manifestazioni di un bisogno ossessivo di sicurezza che puo’ portare a tollerare tradimenti e nel peggiore dei casi a tollerare maltrattamenti fisici e psicologici

4. Qual è il partner tipico del dipendente affettivo?

Le persone che soffrono di dipendenza affettiva sono in prevalenza di genere femminile e tendenzialmente si ritrovano a scegliere dei partner con delle caratteristiche simili:

  1. È una persona che tende ad avvilire le debolezze, sia sul piano fisico, del carattere, dell’intelligenza, etc. del partner
  2. Opera un  costante confronto con un ipotetico altro sé sempre migliore
  3. Nel lungo periodo questi tipi di atteggiamenti che il partner mette in atto determinano nel dipendente affettivo una maggiore insicurezza che può far scaturire forme di gelosia e sensazioni di paura e pensieri quali “ sicuramente sceglierà chi è meglio di me”

Conseguenza di questi processi è che il dipendente affettivo si crea un circolo vizioso che si autoalimenta: la totale perdita di autostima e di autoefficacia, un senso di allerta continua, terrore della perdita che spesso si manifesta con un senso di ansia costante ed un aumento nel controllo della relazione. Questo comportamento poi viene ulteriormente aggravato da un’attribuzione di colpe che non si hanno. Queste si possono tradurre in frasi del tipo: “io sbaglio, per questo motivo lui si comporta in questo modo” oppure “ se solo fossi meno gelosa, tutto questo non succederebbe” o ancora “Se ha urlato e mi ha offeso così è perchè sono io che l’ho fatto innervosire”.

5. E dunque, cosa fare?

Se leggendo questo articolo, ci rendiamo conto che certe parole risuonano in noi, proviamo a chiederci se  stiamo vivendo un amore tossico. Se così fosse come uscirne? Il percorso è difficile e tortuoso: il primo passo è iniziare ad esserne consapevoli, in secondo luogo, è fondamentale chiedere aiuto ad un esperto per iniziare  un percorso che ci permetta di vedere l’altro per quello che è, probabilmente un manipolatore affettivo; imparare poi ad amare se stessi e mettersi al centro della propria vita per intraprendere la strada che ci potrà permettere di passare dalla dipendenza ad una indipendenza, ovvero concedersi la possibilità di farsi amare in modo sano e vivere una relazione sentimentale e appagante. 

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