Castaway On The Moon: Hikikomori, Depressione e Possibilità di Ricominciare

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Articolo scritto dal Dr. Paolo Garzoli

1. Il film: uno spaccato sulla società di oggi

Un uomo travolto dai debiti e con una storia sentimentale fallita tenta il suicidio gettandosi da un ponte, ma si ritrova paradossalmente su un isolotto disabitato in mezzo al fiume che attraversa la città, con il telefono scarico e da cui non può scappare non sapendo nuotare. Una ragazza chiusa nella sua stanza da tre anni, i cui contatti con l’esterno sono filtrati da una porta, da un casco o dall’obiettivo di una macchina fotografica, che si nasconde dietro false identità create online per nascondere un difetto fisico che vive con la continua sensazione di essere alienata dal mondo, sospesa come un astronauta tra la Terra e la luna che fotografa continuamente come hobby. Sono loro i due protagonisti di “Castaway on the moon”, film sudcoreano del 2009 diretto dal regista Lee Hae-jun.

Il film è una commedia molto piacevole, nonostante gli elementi drammatici della storia, ben girato e con una colonna sonora molto accurata che accompagna delicatamente lo scorrere delle storie dei due protagonisti. I temi trattati sono diversi, complessi e importanti, ma vengono affrontati con delicatezza e consapevolezza e con una buona dose di ironia. Tema portante è quello del vivere in una società attuale fatta di ritmi impellenti, maggiormente improntata alla competizione e che richiede prestazioni sempre più alte, sul lavoro, nel raggiungimento degli obiettivi di vita e nelle relazioni interpersonali, private sempre più delle loro più profonde essenze emotive per dare spazio ad apparenza e prestanza fisica.

2. Suicidio e isolamento: le estreme vie di fuga dal dolore e dal confronto sociale

Il confronto con queste spinte sociali può avere un forte impatto su tutti, in particolare verso chi versa in condizioni di particolare sensibilità e fragilità, proprio come i due protagonisti, uniti dallo stesso cognome e da un comune senso di straniamento dal mondo da cui tentano una fuga estrema: l’uno col suicidio, l’altra con l’isolamento totale. 

Come suggerito meravigliosamente dal titolo i due si ritrovano nella situazione alienante di distacco dalla città pur rimanendoci incredibilmente immersi fisicamente: Kim Seung-geun dopo il tentativo fallito di suicidio, da lui ritenuto l’unica soluzione alla disperazione arrecatagli dai debiti che lo opprimono e dalla rottura della relazione con la sua compagna, si dovrà ricostruire una vita da zero, rinunciando a comfort e tecnologie, in un isolotto nel cuore della città, che però appare distante e irraggiungibile vista la sua incapacità a nuotare e l’impossibilità di contatti dovuta alla batteria del telefono scarica. 

Kim Jung-yeon invece vive chiusa nella sua stanza, nell’appartamento dei genitori con i quali ha contatti solo attraverso la porta. Osserva il mondo dal teleobiettivo della sua macchina fotografica e nel mentre prova a entrare in contatto con gli altri creando false identità su un social media non meglio specificato, dove può costruirsi un’immagine perfetta e impeccabile, uscendo di casa solo due volte all’anno, in occasione della parata militare che svuota la città. Come un astronauta esplora l’esterno protetta da un casco con una camminata che appare quasi staccarsi dal terreno. 

“Se non esiste nessuno, la solitudine non ha senso” Kim Jung-yeon

2.1 Depressione e Hikikomori

Entrambi i personaggi raffigurano molto esplicitamente alcune delle posizioni e delle sensazioni tipiche della depressione quali il ritiro e il senso di sopraffazione e impotenza, nonché di perdita della speranza, che come affermato da Lorna Smith Benjamin nei suoi studi sulla Terapia Ricostruttiva Interpersonale per la rabbia, l’ansia e la depressione, possono rappresentare l’esito di risposte affettive apprese nel corso della propria vita partendo dalle proprie relazioni primarie.

“Anche se me ne andassi da qui non cambierebbe niente” Kim Seung-geun

Kim Jung-yeon rappresenta inoltre in maniera emblematica una ragazza hikikomori, fenomeno di origine giapponese ma ormai diffuso in tutto l’occidente, caratterizzato da disagio adattivo sociale e conseguente sofferenza che portano a un ritiro sempre maggiore da ogni relazione interpersonale, limitando il proprio spazio di vita alla propria stanza e arrivando a consumarci perfino i pasti. Nonostante non sia ancora classificato come disturbo nei manuali diagnostici, il fenomeno è molto diffuso soprattutto nei giovani tra i 14 e i 30 anni.

“Non ho bisogno di uscire da questa stanza. Non importa se quello che faccio o meno è reale.” Kim Jung-yeon

3. Il contatto emotivo, la condivisione e l’empatia

Kim Jung-yeon è l’unica ad accorgersi di quell’”alieno” (come da lei definito) che si sta ricostruendo una vita sull’isola, spinto dal desiderio di riprodurre un piatto mai assaggiato, basandosi sulle proprie forze e sul proprio ingegno che lo porteranno a crearsi una coltivazione di mais: sarà proprio questo obiettivo ad aiutare Kim Seung-geun a riappropriarsi della propria vita, fatta di nuovi ritmi, di profondo contatto con sé stesso, con l’ambiente e dell’assaporare il piacere delle piccole cose.  La curiosità verso quell’individuo e i suoi sforzi e il contatto empatico che si crea a distanza tra loro porta invece Kim Jung-yeon a prendere coraggio e uscire di casa qualche volta di più rispetto al suo solito. Cominceranno così una relazione a distanza fatta di messaggi in bottiglia e scritte sulla sabbia e la presenza dell’altro, seppur lontana e misteriosa (soprattutto per Kim Seung-geun che ignora persino l’aspetto della ragazza), sarà un ulteriore motore per i due protagonisti a cambiare la loro vita. 

Il film si fa portatore di un forte messaggio di speranza e coraggio rispetto alle difficoltà che la vita ci pone davanti e rispetto al cambiamento che può spesso essere inaspettato, anche dopo anni e quando non sembrano esserci possibilità di uscita. La condivisione dei loro stati d’animo, delle loro difficoltà e dei loro successi, la consapevolezza della presenza da qualche parte di un altro disposto ad osservarci e ascoltarci senza giudizio, nonché la percezione di una sempre maggiore autoefficacia creerà tra i due protagonisti una relazione quasi “terapeutica” che li sosterrà e li spingerà ad andare oltre le loro difficoltà, persino davanti a una catastrofe che sembra spazzare via tutti i loro progressi, ritrovando quella speranza che sembrava svanita dalle loro vite.

“Ho aspettato tre mesi e 17 giorni e finalmente ho avuto una risposta!” Kim Seung-geun

“Sto per assaporare la speranza: il dono che mi ha fatto quell’uomo.” Kim Jung-yeon

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