Codipendenza: sintomi, cause e cura

Codipendenza- sintomi, cause e cura

Articolo scritto dalla Dr.ssa Valeria Bernardino

Quando si parla di relazione affettiva ci si immagina sempre la relazione come composta da due individui, legati reciprocamente da un sentimento. A volte può capitare che la relazione sia invece più affollata, con la presenza di un terzo incomodo, che non sarà una terza persona, ma una dipendenza. Nel corso dell’articolo si evidenzia che la “codipendenza” non è propriamente un sinonimo di “dipendenza affettiva”, ma un fenomeno che si verifica in presenza di certe variabili specifiche. Dopo una prima definizione del termine, si evidenzieranno quali sono i segnali per riconoscere la presenza di codipendenza, quali sono le cause che ne favoriscono l’insorgenza, quali strategie possono essere messe in atto per superarla e che tipo di aiuto professionale può essere più indicato. 

1. Cos’è la codipendenza

Prima di definire cosa si intende per “co-dipendenza”, sarebbe utile evidenziare cosa non è: la codipendenza non è sinonimo di dipendenza affettiva. La codipendenza affettiva è una forma di dipendenza relazionale. Prendendo alla lettera questa parola, “co-dipendenza” significa la condivisione di una dipendenza. Con il termine codipendenza si vuole intendere un tipo di problematica che tipicamente colpisce una persona la cui esistenza è fortemente condizionata da un rapporto estremamente stretto con un partner a sua volta dipendente, e che provoca squilibri devastanti. 

Come riconoscere le due condizioni? La dipendenza affettiva può verificarsi con partner che non hanno particolari problemi. Nel caso della codipendenza il partner è una persona che ha a sua volta una dipendenza patologica, il terzo incomodo menzionato precedentemente. I “codipendenti” instaurano relazioni con partner con dipendenze patologiche, per esempio il gioco d’azzardo, alcol o droghe. Questo perché ritengono che questi ultimi abbiano bisogno di qualcuno che li salvi o aiuti.

Il termine “codipendenza” ha la sua origine intorno all’anno 1940, in seguito alla nascita degli alcolisti anonimi: un gruppo di persone, composto in prevalenza da coniugi di alcolisti, crearono un’associazione, che chiamarono Al-Anon, per aiutarsi vicendevolmente nell’affrontare i problemi derivanti dalla malattia del proprio partner. Johnson, nel 1973, osservando le coppie formate da un alcolista e dal suo partner notò che quest’ultimo manifestava aspetti di morboso accentramento intorno alle problematiche dell’altro, contribuendo al mantenimento dello stato patologico del paziente dipendente clinico. 

Melody Beattie definisce il codipendente come colui che consente al comportamento dell’altro di influenzarlo e che è ossessionato dal desiderio di controllare quello stesso comportamento. Questa ossessione diventa una trappola: il codipendente orienta tutti i suoi pensieri verso l’altro e anche se stimolato ad esternare quelli che sono i propri vissuti, pensieri ed emozioni, inavvertitamente esterna quelli della persona da cui dipende. Ad esempio, alla domanda “come ti descriveresti?” rispondono con “lui/lei dice sempre che sono…”. Questa definizione rende chiaro come la persona codipendente non sia più in grado, al pari della persona dipendente, di vivere serenamente la propria vita. Tutto passa attraverso il “filtro” dello sguardo del partner.

2. I segnali della codipendenza

La persona codipendente spesso presenta una forte ansia e difficoltà a riconoscere i confini tra sé stesso e il partner, una scarsa autostima personale, pretendendo di colmare il vuoto o la mancanza di equilibrio sentendosi utile per qualcuno che ha bisogno di lei. Presenta anche la tendenza a mettersi da parte e reprimere i propri bisogni, ha la tendenza a scusarsi o a prendersi obblighi e doveri per mantenere la pace e spesso convive con un forte senso di colpa e autodisprezzo, non considerandosi adeguata. Infatti la valutazione personale è ricavata dall’approvazione del partner che viene idealizzato. Quando il codipendente non riceve riconoscenza, emergono frustrazione, senso di colpa e paura dell’abbandono. Oltre a ciò, potrebbe crearsi una dinamica in cui ci si impegna sempre di più per ottenere l’approvazione dell’altro, allontanandosi e minimizzando sempre di più i propri bisogni personali. Tutti questi tratti possono, all’estremo, portare ad un annullamento dell’io e l’inserimento in una spirale da cui diventa sempre più difficile uscire. 

3. Codipendenza: le cause

I codipendenti, spesso, provengono da famiglie d’origine invischiate ed invischianti, con una scarsa definizione dei confini e con problematiche connesse a dinamiche di dipendenza (affettiva o da sostanze). Sin dall’infanzia hanno imparato ad occuparsi del familiare problematico ed a mettere da parte sé stessi. Nella vita adulta, questi individui, saranno attratti da persone “da salvare”, andando a ripetere gli stessi schemi d’azione e lo stesso copione, quello per l’appunto del salvatore, ovvero incarnare la forma di relazione affettiva da loro primariamente conosciuta. Questo serve anche a mantenere un’immagine personale di forza, di valore e di indipendenza, non permettendo però al suo vuoto affettivo e alla propria vulnerabilità di affiorare. In un’ottica evoluzionistica, la codipendenza potrebbe rappresentare una forma di iper-apprendimento cognitivo-emotivo di un assetto “eccessivamente empatico”, La percezione delle proprie emozioni verrebbe così compromessa favorendo un atteggiamento “fusionale” nel rapporto con il partner. Mentre un’empatia efficace e “felice” prevede la capacità di essere consapevole della differenza sé/altro diversamente, perdendo questa prospettiva, l’individuo si cala totalmente nei panni dell’altro

4. Come superare la codipendenza

Per poter gestire la codipendenza può essere sicuramente d’aiuto la lettura di alcuni testi che trattano il tema, come per esempio “Non più codipendente: come smettere di controllare gli altri e iniziare a prendersi cura di sé stessi”. Un altro testo utile e tra i più famosi è “Donne che amano troppo” in cui vengono descritte approfonditamente le dinamiche di famiglie disfunzionali che hanno portato alcune donne allo sviluppo di codipendenze.

Le tecniche esperienziali, come il rilassamento progressivo e la meditazione possono aiutare ad alleviare gli stati di ansia; la scrittura giornaliera può aiutare ad elaborare l’autoosservazione per riconoscere il malessere; l’ampliamento delle attività all’aperto può migliorare la gestione e l’adattamento allo stress.

5. Come curare la codipendenza con la terapia psicologica

Per superare situazioni di codipendenza bisogna innanzitutto prendere consapevolezza della dinamica disfunzionale, riconoscere l’esistenza dei propri bisogni per modificare la modalità di relazione con gli altri. È necessario inoltre, all’interno di un percorso terapeutico, lavorare anche al fine di consolidare l’autostima, spesso carente in questi soggetti. Quindi uno degli obiettivi principali di un eventuale trattamento terapeutico di codipendenza è quello di partire dagli elementi e le dinamiche della famiglia di origine che influenzano la vita dell’individuo e che ne perturbano il funzionamento attuale. Riconoscere la modalità relazionale sarà possibile attraverso l’allenamento all’autosservazione non giudicante, il potenziamento della conoscenza delle proprie sensazioni corporee e le proprie emozioni, insieme ai significati che le varie sfumature hanno acquistato nel corso della vita. Questa conoscenza personale pone le basi per la creazione dei confini più adattivi, alla costruzione e consolidamento del proprio senso di sé ma in particolare sullo sviluppo della capacità di entrare in relazioni più sane.

Conclusione

Essendo la codipendenza un fenomeno psicologico intrapersonale e interpersonale che influisce sul benessere emotivo, fisico e professionale, la letteratura scientifica ha evidenziato come il comportamento codipendente renda l’individuo vulnerabile e predisposto ciclicamente a impegnarsi in relazioni disfunzionali e distruttive, e questo comportamento va a influenzare le relazioni, le prestazioni di lavoro e il funzionamento mentale. Riconoscere questa forma relazionale disfunzionale è il primo passo per poter evolvere il proprio modo di relazionarsi verso gli altri ma, soprattutto, verso sé stessi.

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