Come la Scrittura ci Aiuta a Dialogare Con il Nostro Mondo Interno

foto articolo sara zannoni come la scrittura ci aiuta a dialogare con il nostro mondo interno

Articolo scritto dalla Dr.ssa Sara Zannoni

Lo scrivere, per poco che valga,

mi ha aiutato a passare da un anno all’altro,

perché le ossessioni espresse si attenuano

e in parte vengono superate.

Emil Cioran

Scrivere è una forma di terapia;

a volte mi chiedo in che modo

tutti coloro che non scrivono, compongono, o dipingono

riescano a sfuggire alla follia, alla melanconia, al panico,

che è insito nella condizione umana.

Graham Greene

Ho voluto iniziare, citando le splendide parole di due noti scrittori per illuminare ancora meglio il tema che si tratterà nell’articolo e per immergerci subito nel vivo della trattazione, ovvero che la scrittura è una forma di terapia e, già prima della psicologia, gli artisti e gli scrittori erano a conoscenza di questa verità.  

1. Cosa ne pensano gli scrittori 

Da Kafka, Calvino, Pascoli, Ungaretti, Montale, Baudelaire, molti scrittori hanno usato il loro “male di vivere” come base emotiva della creazione delle loro opere. La scrittura, già per questi autori, diventò il modo migliore per rielaborare le loro parti interne, per farle dialogare e per dare senso al loro mondo sensoriale ed emotivo. Svevo, ad esempio, nella Prefazione de La Coscienza di Zeno, facendo parlare il Dottor S., spiega come la scrittura che parla di se stessa può diventare uno scrivere-terapia e Joyce, ancora, fu il primo a battezzare nell’Ulisse l’utilizzo del monologo interiore come esploratore e trasformatore dell’anima dello scrittore. 

2. Cosa ne pensano gli scienziati 

Molte ricerche hanno provato l’efficacia terapeutica della scrittura. Secondo Matthew Lieberman (2007), ricercatore alla University of California Los Angeles, ricorrere a carta e penna quando ci si trova in un momento di disagio riduce l’attività dell’amigdala (l’organo responsabile dell’attivazione emotiva del nostro cervello, che si attiva quando abbiamo paura o siamo arrabbiati) e aumenta quella delle regioni prefrontali, permettendoci di padroneggiare le nostre emozioni.

Dalla fine degli anni ‘80 lo psicologo James W. Pennebaker, uno dei più recenti studiosi della narrazione e della scrittura come auto-rivelazione o rivelazione del Sé, ha condotto numerosi studi, dimostrando che la narrazione consente di elaborare consapevolmente il vissuto emotivo associato ad uno o più eventi di vita stressanti. Gli studi di Pennebaker suggeriscono che scrivere in modo narrativo, ovvero in modo organico, fornisce al vissuto una struttura linguistica con delle precise coordinate spazio-temporali, cioè consente di ri-significare il vissuto, dotandolo di senso, inserendolo in una struttura di significato. Questo effetto benefico sembra essere raggiunto dalla possibilità data dalla scrittura di tradurre in parole pensieri ed emozioni.

3. A cosa serve scrivere

La scrittura è, quindi, un contatto vitale e creativo con la propria realtà interna ed esterna. Scrivere infatti è mettere sul foglio non solo noi stessi, i nostri pensieri e le nostre emozioni, ma è dare voce a tutte quelle parti interne in relazione e comunicazione tra loro e con il mondo esterno e al tempo stesso generare nero su bianco tali parti. É il processo stesso dello scrivere che crea contatto tra ciò che sentiamo, ciò che pensiamo e le nostre azioni e simultaneamente scrivere crea la narrazione in continua trasformazione di noi stessi.

La scrittura è intesa come una terapia perché ne viene riconosciuto il senso rigenerativo e riparativo, in quanto facilita l’auto-conoscenza e la riscoperta di una nuova, e da pochi conosciuta, intimità con se stessi. Ne viene sottolineato il potere di sollievo dell’anima quando possono venire espressi con carta e penna i più reconditi segreti, i traumi mai detti, desideri che possono essere solo immaginati. Si può immaginare qualsiasi cosa, anche la più atroce e truculenta; farlo, immaginandola, soddisfa l’investimento emotivo umano che così non andrà ad agirlo realmente.

E, scrivendolo, si ha lo stesso effetto: ci possiamo distanziare dalle parti che non ci piacciono per poi rivederle con amore e benevolenza; si può immaginare di essere i più crudeli assassini e stupratori, per esprimere la nostra aggressività senza far realmente del male; si può essere cortigiane e meretrici e poter fare tutto quello che ci impediamo nella vita vera e che ci giudicheremmo nel fare. Inoltre, mentre si scrive un’emozione, la si oggettivizza, ne diventiamo spettatori esterni senza identificarvisi e così, nella rilettura, la prospettiva cambia, è più lucida e si riescono a vedere anche delle parti che prima erano nascoste dall’intensità di un’emozione che ne aveva preso il sopravvento. Si può, ad esempio, vedere gratitudine e affetto per un* ex compagn* sotto la coltre di rabbia e dolore per l’abbandono e la solitudine dopo essere stati lasciati.

4. Proposte di scrittura per autocurarsi

Vorrei proporvi adesso alcuni dei mille metodi ed esercizi che ho trovato durante i miei studi e che uso nella mia pratica terapeutica, per invogliarvi a prendere del tempo per voi e per giocare con le parole. Avrà subito un effetto trasformativo e piacevole. Non importa nulla quello che vi diceva la prof. di italiano a scuola, oppure se pensate di scrivere male, o se la sintassi non è giusta: scrivete di getto, scrivete senza pensare, senza giudicarvi e giocate!

Iniziamo con:

– scrivere poesie prendendo parole strappate dai giornali e ricomponendole seguendo l’istinto e le proprie emozioni

–  scrivere degli Hayku, partendo da una parola semplice (ad esempio CASA) e poi componendo una struttura definita di numeri di parole come  

                  3 parole

                  5 parole

                  7 parole

                  CASA 

  1. scrivere lettere indirizzate direttamente ad un’altra persona (mio padre, mia madre, una mia amica) parlandogli direttamente al presente e in prima persona
  2. scrivere lettere a parti di me stess* oppure al mio dolore, alla mia ansia, alla signora morte, insomma libero sfogo al dialogo con tutti i personaggi possibili
  3. scrivere un proprio diario giornaliero
  4.  scrivere una lettera al mio bambino interiore 

Vorrei concludere questo mio articolo parlando di cosa succede a me quando scrivo: la scrittura mi permette di estraniarmi dallo spazio-tempo, mi permette di darmi tempo ed entrare in una fase zen dove passato, presente e futuro sono tutti lì. Per me la scrittura è la mia meditazione dinamica, è il riuscire a respirare senza angoscia, senza ansia, lo stare e basta in un vuoto dolce o ovattato, uno stato di indifferenza creativa che porta poi all’insight, alla scoperta. Questa magia finisce poi in parole nero su bianco con una valenza comunicativa ed espressiva delle emozioni. È un disidentificarmi da me stessa, dalle cose cristallizzate che credo di me, dai preconcetti e dai pregiudizi su come sono fatta e come dovrei essere; è la mia porta alla leggerezza e al piacere svuotato dal fare bella figura o di apparire seria, forte e intelligente. È una buona parte del mio percorso terapeutico e per questo lo propongo ai miei pazienti, per proporre loro un’esperienza di cura e amore verso se stess*.

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