Da Tossicodipendenza a Tossicofilia: Come è Cambiato l’Occhio Clinico sull’Uso di Sostanze

Da tossicodipendenza tossicofilia

Articolo scritto dal Dr. Paolo Mazzaferro

1. Bisogno di sostanze

Per parlare di Tossicodipendenza ho bisogno di partire da una definizione o, nel senso comune, dalla DEFINIZIONE per antonomasia, ovvero quella che troviamo sfogliando l’Enciclopedia Treccani: “condizione caratterizzata dall’incoercibile bisogno di far uso continuato di sostanze psicotrope in senso lato, senza nessun riguardo per il danno che ne deriva”. Un termine salta all’occhio, quello dell’incoercibilità e chiediamo aiuto sempre al buon Treccani: essa è una caratteristica propria dei gas che, grazie a questa proprietà, riescono a non liquefarsi seppur compressi. Quali analogie questa definizione pone tra il termine utilizzato per una sostanza gassosa e quello riferito ad una persona? Si vuol portare alla luce l’irrefrenabilità, l’impossibilità di fermarsi da parte del soggetto di fronte all’uso della sostanza in maniera smodata, continuativa e distruttiva. Questo viene ben sottolineato nella seconda parte della definizione, dove leggiamo: “senza nessun riguardo per il danno che ne deriva”. A questo punto sorge una domanda: è davvero così?

2. Da tossicodipendenza a tossicofilia: una nuova lente su un vecchio “problema”

Ho fatto questa premessa per portare alla luce una questione che va oltre il costrutto di Tossicodipendenza: quanto è utile considerare la persona come passiva di fronte al “problema”? Quanto è giustificante, in un certo senso, e rassicurante, pensare che il TOSSICO sia “incoercibile”, ovvero sia comandato da forze evidentemente superiori alla sua volontà e che non possa (a questo punto, non potendo utilizzare il termine relativo alla riuscita) fermarsi di fronte alla sostanza? C’è la necessità di guardare alla questione con nuovi occhi, con nuove lenti che ci permettano di poter intervenire in un contesto che sembra irrisolvibile, poiché non diamo possibilità alle persone di sentirsi “attive” nel processo di cambiamento fin dalla definizione del problema. Per introdurre la nuova lente con cui osservare ed analizzare le questioni, partiamo dal costrutto di Tossicofilia: con questo termine indichiamo la ricerca di effetti gratificanti di una o più sostanze, con la volontà (quindi intenzionale) di assumerle per modificare il proprio stato corporeo o mentale, ricavandone esperienze cognitive ed emotive dotate di senso e significato soggettivo. Parliamo di ricerca e non dovere, né di incoercibilità: il ricercatore è colui che sa cosa deve trovare, rileva le proprie esigenze e si muove in relazione ad esse attraverso strategie ed azioni coerenti con l’obiettivo che si è posto. Sottolineo anche il termine “volontà”: questo assume valore di “Rivoluzione Copernicana” all’interno dell’assunto. Quando mai il “tossico” è stato definito con termini quali volere – ricercatore – esperto di sensazioni? Fanno quasi paura queste nuove lenti ed il motivo è chiaro: la persona non è più “causata dalla malattia”, ma “vuole vivere esperienze” che ha conosciuto e alle quali ha affidato un significato coerente con la propria biografia.  Il costrutto di Tossicofilia, quindi, rompe lo schema decennale che attribuisce la passività dell’uomo di fronte alla “Tossicodipendenza”, la quale non è altro che una metafora, resa però realtà, a cui affidiamo il potere di inglobare la persona all’interno di una patologia senza via di fuga. La Tossicofilia, al contrario, rende la persona attiva, in cerca di gratificazioni specifiche e contestuali. Utilizzo le parole “specifiche e contestuali” poiché esiste una correlazione tra la sostanza assunta e l’ambiente che circonda la persona che la assume. Cioè?

3. Da tossicodipendente a esperto di sostanze (e di esperienze)

Come si può pensare che il “tossico” sia invece un esperto di sostanze? Per rispondere alla domanda che ci siamo appena posti prendiamo ad esempio l’ingerire-sniffare MDMA (3,4-metilenediossimetanfetamina o Ecstasy) in un ambiente come quello della discoteca: la persona, con questo atto, vuole raggiungere la sensazione di “eccitazione” e “felicità”, vuole ballare incessantemente nella sala e cerca in quella sostanza un veicolo per sperimentare queste sensazioni nel modo più efficace e rapido possibile. La persona è esperta di sostanze e l’MDMA è coerente con lo scopo di utilizzo, lo sarebbero anche la cocaina e/o l’alcool, ma non l’eroina ad esempio, la quale provoca un down sia percettivo che fisico, come pure non viene utilizzato il crack in questo contesto. Perché? Le ultime due citate sono sostanze non in linea rispetto all’obiettivo che si persegue: non risulterebbero perciò coerenti con la strategia che la persona deve utilizzare per arrivare a quella sensazione che potremmo indicare come “euforia”, “eccitamento”, “effervescenza”. Altro esempio può essere quello di essere in casa, dopo una giornata di lavoro, stesi sul divano con la volontà di andare a letto: perché non utilizzare una sostanza come la cocaina (eccitante del sistema nervoso) e come mai solitamente, rispetto all’obiettivo appena esposto, si utilizza invece marijuana, oppio, hashish? Perché questi distendono il corpo, hanno proprietà analgesiche, creano sonnolenza e, nel caso dell’oppio in particolare, sono dei veri e propri sedativi. 

Come questo costrutto rende possibili nuovi percorsi terapeutici? Si passa da un essere “passivo”, causato dall’ambiente e incancrenito nel ruolo di “tossicodipendente”, ad uno attivo che ricerca intenzionalmente sensazioni dotate di significato soggettivo. Essere “attivo”, nel nuovo modo di far terapia, vuol dire avere la possibilità di narrarsi non attraverso il ruolo di “tossico”, instaurando così una carriera biografica che chiude l’opportunità di sviluppo della persona, ma di ri-narrarsi attraverso una biografia che apre a nuove configurazioni basate sulle competenze e sui ruoli che si interpretano oltre quello del “tossicodipendente”. Il ruolo di “assuntore di sostanze”, in questo caso, sarà visto solo come uno dei tanti modi di “definirsi” della persona, quindi non più l’unico, e sicuramente sarà quello con minor peso all’interno del ventaglio di possibilità che la persona avrà a disposizione. 

Se questo articolo ti ricorda qualcosa della tua storia, chiedere aiuto ad un professionista può essere necessario nel definire e co-costruire una nuova identità.

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