EMDR: Cos’è e Come Funziona

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Articolo scritto dal Dr. Stefano Bordone

“[…] quando mi venivano in mente quel genere di pensieri disturbanti i miei occhi iniziavano a muoversi assai rapidamente […] dopodiché il pensiero si allontanava dalla coscienza. Richiamandolo alla mente mi accorsi che aveva perso la sua                         forza. “

Così Francine Shapiro nel 1995 descrive la sua “scoperta”. L’ipotesi che il rapido movimento degli occhi guidato dall’esterno potesse favorire l’elaborazione di ricordi dolorosi nasce e si sviluppa in maniera assolutamente fortuita. La dottoressa Shapiro si renderà infatti conto di questo meccanismo in maniera del tutto involontaria durante un momento di estrema sofferenza personale, persa nei propri pensieri dolorosi ma concentrata sul cammino davanti a sé, tra gli alberi di un bosco, durante una passeggiata in solitaria. Alberi che hanno rappresentato il primo stimolo oculare e il focus sul quale gli occhi della Shapiro si sono dovuti spostare continuamente durante il suo camminare.

L’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR) è ancora oggi una tra le tecniche psicoterapeutiche maggiormente studiate, e dibattute, sia in ambito clinico che accademico. Nella sua forma originaria l’EMDR, che il cui acronimo in italiano può essere tradotto come “Riprocessamento e desensibilizzazione attraverso movimenti oculari”, si basa sull’induzione da parte del terapeuta di movimenti oculari orizzontali alternati nel paziente durante la fase di elaborazione di un ricordo traumatico o dell’immagine significativa concordata durante la seduta. Per indurre tali movimenti il terapeuta utilizza le dita di una delle due mani e le muove alternativamente da destra a sinistra, o viceversa, invitando il paziente a seguire tale movimento con gli occhi e mantenendo al contempo in mente l’immagine scelta insieme a lui prima di iniziare e un pensiero negativo ad essa associato.

1. Perché i movimenti oculari?

Nonostante non esista ancora una spiegazione unanimemente accettata, le ipotesi più studiate sono 3:

  1. La prima ipotesi prende in considerazione il riflesso di orientamento, stimolato dal movimento degli occhi, che permetterebbe di abituarsi rapidamente all’immagine traumatica affrontata di volta in volta. È grazie a questo riflesso sé, ad esempio, anche nelle situazioni nuove che ci mettono in uno stato di allerta, che riusciamo ad abituarci e a riprendere sicurezza guardandoci intorno più volte e abituandoci alla situazione.
  2. La seconda ipotesi riguarda le teorie sulla memoria di lavoro. Durante la seduta EMDR siamo guidati nel compito di mantenere in mente sia l’immagine significativa collegata al trauma, sia un pensiero (una cognizione) negativo che affiora quando ripensiamo a quell’immagine, tutto questo mentre seguiamo le dita del terapeuta che si muovono con regolarità da un lato all’altro del nostro campo visivo. Questa attenzione divisa è molto dispendiosa in termini di risorse mentali (cognitive) e può sovraccaricare la nostra memoria di lavoro. L’effetto sarebbe quello di potersi esporre per più tempo all’immagine traumatica senza che diventi disturbante in modo intollerabile.
  3. La terza ipotesi, infine, afferma che i movimenti oculari sarebbero responsabili di una forma di inibizione reciproca, un meccanismo psicologico per cui due risposte incongruenti tra loro, come ansia e rilassamento, non possono coesistere. Durante una seduta di EMDR il rilassamento sopraggiunge quando i movimenti oculari terminano (ma ricordiamo che durante i movimenti siamo concentrati sull’immagine che ci provoca ansia e paura) questo indebolirebbe l’associazione tra l’immagine traumatica e il suo livello di ansia per noi. Allo stesso tempo si rinforzerebbe l’associazione tra l’immagine e il rilassamento.

2. A cosa serve l’EMDR?

L’EMDR è un approccio terapeutico suddiviso in 8 fasi, in cui i movimenti degli occhi (la stimolazione bilaterale) indotti dal terapeuta rappresentano solo una parte del modello. Viene usato per favorire l’accesso ai contenuti della memoria e per affrontare il ricordo, o i ricordi, di tutte quelle esperienze che possono condurre a problemi clinici e di salute. Secondo questo approccio le reti di ricordi e in maniera particolare quelli legati ad eventi disturbanti (ovvero traumi, sia relazionali che non) sono da considerarsi come la base sottostante alla problematica presentata.

Infatti ad oggi sappiamo che l’esposizione repentina e/o prolungata ad esenti di vita stressanti svolge un ruolo importantissimo nello sviluppo e nell’esordio di un numero crescente di psicopatologie, soprattutto quando sono presenti fattori di vulnerabilità genetica o di tipo psicosociale. In tutte queste situazioni i sintomi sarebbero il risultato del riemergere di ricordi che non sono stati elaborati e immagazzinati in modo adeguato. Questo perché le esperienze stressanti, soprattutto se prolungate, possono avere effetti significativi sui processi di memoria anche molto diversi da quelli che si avrebbero con eventi non traumatici. I traumi o lutti non risolti (ad esempio esperienze infantili dolorose e ripetute nel tempo) modificano infatti le risposte del nostro sistema nervoso e possono influire negativamente sul normale processo di elaborazione dei ricordi. 

Ormoni come adrenalina e cortisolo, presenti in gran quantità in risposta a situazioni stressanti sono in grado di bloccare o alterare il nostro normale sistema di elaborazione delle informazioni intorno a noi. È per questo che i ricordi collegati ai traumi  presentano emozioni, pensieri e sensazioni fisiche identiche a quelle sperimentate al momento dell’evento. Queste informazioni rimangono “congelate” e riaffiorano con la stessa intensità del passato finché non vengono elaborate.

2.1 Quando si usa l’EMDR?

La focalizzazione dell’EMDR è sul ricordo dell’esperienza o delle esperienze traumatiche che hanno contribuito allo sviluppo del disturbo che il paziente presenta. È il ricordo traumatico ad essere trattato terapeuticamente. L’EMDR permette quindi di rivivere il trauma in sicurezza all’interno del contesto protetto di un setting terapeutico. Questo è possibile attraverso una progressiva desensibilizzazione nei confronti del ricordo e al cambiamento sia della prospettiva cognitiva, ovvero ciò che penso su di me rispetto all’evento che mi è capitato, sia di quella narrativa, ovvero il modo in cui posso raccontare l’esperienza. L’EMDR favorisce infatti la ricollocazione dell’evento nel passato, non solo come consapevolezza verbale ma anche corporea e sensoriale.

Questo approccio è quindi indicato in tutte quelle situazioni in cui la sintomatologia può essere meglio spiegata con la presenza di una mancata elaborazione di uno o più eventi traumatici, o quando a causa di fattori esterni l’accesso ai ricordi risulta estremamente faticoso o impossibile. 

2.2 L’EMDR funziona?

Va sottolineato che, a differenza di altri approcci psicoterapeutici, durante una seduta EMDR sono quasi assenti gli input da parte del terapeuta. Questo perché si cerca di evitare qualsiasi interferenza con il naturale lavoro di elaborazione che il paziente mette in atto dopo essere stato stimolato dai movimenti oculari (o altri stimoli bilaterali).

Dopo il lavoro con l’EMDR i pazienti continuano a ricordare l’esperienza o l’evento, ma hanno la sensazione che tale evento faccia infine realmente parte del passato. Il contenuto del ricordo, quindi le sensazioni, le immagini e i pensieri vengono integrati e accolti in una narrazione pur sempre dolorosa ma più consapevole e coerentemente organizzata nel tempo. La desensibilizzazione che si osserva durante un lavoro con EMDR mostra come l’elaborazione in sicurezza del ricordo ci permetta di vedere il ricordo lontano, distante, nella sua giusta dimensione temporale, permettendoci anche di modificare i nostri pensieri su noi stessi, abbracciare emozioni più adeguate alla situazione e allo stesso tempo dissolvendo le fastidiose e disturbanti sensazioni del corpo. 

Non esiste una risposta univoca sul motivo per il quale la stimolazione EMDR favorisca una rapida elaborazione delle informazioni legate ai ricordi traumatici, ma è che presumibile che questo approccio sia in grado di “sbloccare” un sistema naturale e innato, presente in tutti noi, il cui compito è quello di elaborare in maniera adattiva le informazioni. Esperienze estremamente stressanti possono compromettere il funzionamento di questo sistema, che richiede di essere “sbloccato” per permetterci di guarire.

Conclusioni

Nonostante il ruolo dei movimenti oculari non abbia ancora trovato una spiegazione univoca e le forme di stimolazioni bilaterale si siano moltiplicate (oltre ai movimenti degli occhi esistono anche le stimolazioni tattili alternate o i suoni bilaterali) l’EMDR è attualmente riconosciuto sia in ambito scientifico che accademico ed è stabilmente inserito fra le linee guida internazionali come metodo basato sull’evidenza indicato per il trattamento dei disturbi correlati al trauma. Oltre a questo uno dei contributi più significativi di questo approccio in ambito psicoterapico è quello di aver individuato una modalità di accesso ai ricordi e alle informazioni (immagini, sensazioni, pensieri, frammenti) che si trovano immagazzinate nella nostra memoria. Allo stesso tempo, il metodo permette di riattivare il meccanismo naturale di elaborazione di queste informazioni e di favorirne la risoluzione. 

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