Emozioni in Crescita: Sensibilità e Comunicazione Tra Genitori e Figli

Emozioni in crescita (1)

Articolo scritto dalla Dr.ssa Francesca Mancini

Per i genitori è esperienza comune il sentire di comprendere il comportamento dei propri figli e questo fornisce una buona sensazione di autoefficacia; tuttavia molto spesso è esperienza frequente il sentire di non riuscire in alcuni momenti a comprendere i motivi di alcuni comportamenti e di alcune reazioni e il conseguente non riuscire a far fronte all’emozione del bambino fornisce uno degli elementi di difficoltà dell’essere genitore. L’obiettivo di questo articolo è quello di permettere ai genitori di riflettere sulle emozioni dei loro bambini riuscendo a tenere in considerazione il significato comunicativo che tali manifestazioni hanno e la natura sensibile del materiale che viene espresso. Saranno centrali le emozioni dei bambini tenendo presente che durante la crescita, nelle varie età di sviluppo, le modalità con cui queste vengono espresse cambiano profondamente. 

Gli argomenti in dettaglio che verranno trattati sono: la comunicazione, le emozioni primarie, la rabbia, i sentimenti e le emozioni nei bambini, alcune strategie di consapevolezza.

1. La comunicazione

A volte crediamo che la comunicazione comprenda principalmente l’uso di parole e non ci rendiamo conto che l’uso del linguaggio arriva solo dopo che è arrivata tutta la comunicazione non specificatamente verbale. Se questo è vero in generale, lo è ancora di più con i piccoli, dove la competenza linguistica ancora non è raggiunta. Dobbiamo quindi assumere la consapevolezza che le parole saranno solo una parte della comunicazione nell’interazione con un bambino, e magari non dominante. Questo vale in entrambe le direzioni, sia che vogliamo comunicare noi qualcosa, sia che vogliamo comprendere ciò che vuole dirci un bambino. Parti della comunicazione importanti sono: il distanziamento o la vicinanza fisica; la gestualità, lo sguardo, la mimica del volto; il tono della voce.

Per quanto riguarda le emozioni, esiste un bisogno nel comunicarle a chi ci è vicino. Se siamo felici, tristi, arrabbiati o impauriti, sentiamo un naturale bisogno di farlo sapere a qualcuno e che quel qualcuno ci creda e accolga la nostra emozione. Sentiamo un grave fastidio quando ci viene detto di non preoccuparci, non arrabbiarci o non essere tristi e solitamente questo provoca in noi un inasprimento di queste emozioni perché in più dobbiamo fare i conti con la sensazione di solitudine e di non essere compresi provocato dall’altro. Nel momento in cui invece la mia emozione viene validata dall’altro e mi viene dato modo di viverla e di spiegarla, si apre la possibilità della comprensione e del superamento di questa. Es: “Vedo che sei triste/impaurito/arrabbiato, spiegami perché”.

2. Le emozioni dei bambini

Quando stiamo accanto ad un bambino, ci rendiamo facilmente conto che più il bambino è piccolo e più le emozioni espresse sono intense. Dobbiamo renderci conto che il bambino non sa distinguere i propri stati d’animo, ma viene attraversato da questi con forza senza alcuna consapevolezza. Il bambino a volte dimostra di essere in balia delle proprie emozioni e di voler uscire dalla sensazione di malessere che prova al momento in qualunque modo. Per il bambino esistono delle emozioni “buone” e delle emozioni “cattive”. Noi adulti possiamo comprendere che tutte le emozioni sono importanti e tutte le emozioni sono giuste, anche se esistono dei modi più appropriati per esprimerle. Il nostro compito di fronte alle emozioni di un bambino è quello di interpretare (“sei triste”, “sei contento”, “sei stanco”, “sei arrabbiato”); aiutarlo e insegnargli a riconoscere i suoi stati emotivi. Dare loro un nome significa iniziare a governarli; dimostra al bambino che l’adulto di riferimento conosce quel malessere e non ne è spaventato, per cui può non esserne spaventato nemmeno lui.

3. Le emozioni primarie

Le emozioni primarie sono quelle emozioni comuni a tutti gli esseri umani, innate e necessarie alla sopravvivenza fisica, all’interazione interpersonale e al perseguimento di obiettivi e comprendono: gioia, tristezza, disgusto, paura e rabbia. A queste emozioni si aggiungono quelle secondarie, che sono il risultato delle combinazioni di quelle precedenti e il frutto di uno sviluppo di competenze cognitive, sociali e relazionali, quali la colpa, la vergogna ecc. Tutte queste emozioni hanno un valore evolutivo importante e, seppure alcune siano molto sgradevoli, anche queste hanno una funzione fondamentale per lo sviluppo.

4. La rabbia

La rabbia è una delle emozioni degli altri con cui facciamo più fatica a confrontarci e questo è ancora più vero quando a provarla è qualcuno a noi vicino come un figlio. Tuttavia questa è una emozione che ha un grande valore protettivo. La rabbia mi fa rendere conto quando sento di aver subito un’ingiustizia.  Non è banale capire che, se io mi sento arrabbiato, posso aver provato prima un’altra emozione come paura, vergogna, delusione, stanchezza, fame e tanto altro. I bambini possono fare fatica a riconoscere il motivo della loro rabbia; noi adulti possiamo essere la sponda emotiva che li aiuta ad accogliere, comprendere, spiegare e superare il motivo scatenante, restando sempre attenti a comprendere il motivo che può essere del bambino e non il nostro.

5. “A volte il mio bambino è agitato senza alcun motivo”

A volte facciamo l’errore di pensare che il bambino venga attraversato da emozioni che non hanno un motivo. In realtà quando accade è semplicemente successo che noi non abbiamo compreso il motivo, ma questo esiste. Il motivo può essere fuori dalla portata di noi adulti, ma può comprendere: troppa felicità, noia, stanchezza, non sapere cosa l’aspetta, colpa, vergogna e molto altro.

Possiamo riconoscere che ci sono delle emozioni di cui è difficile parlare, perché sono emozioni che fin da piccoli pensiamo ingiuste o troppo spaventose da poter essere dette, quali la gelosia, l’invidia o la paura che i genitori non si vogliano bene e che si lascino. 

I bambini sono capaci di grandi fraintendimenti, perché la loro comprensione linguistica e la loro comprensione generale sono limitate. Sta all’adulto poter rendere leggibile e comprensibile la realtà riempiendo i vuoti del bambino con un linguaggio adatto a lui e sui contenuti adatti a lui.

6. Una buona pratica di consapevolezza

Una buona pratica per aiutare un bambino a maneggiare e a padroneggiare l’emozioni può essere quella di esaminare a fine giornata le cose belle e le cose brutte che sono capitate durante questa. Ciò aiuta a renderci conto che anche nelle giornate belle ci può essere qualcosa di brutto e in quelle brutte ci può essere qualcosa di bello. Sembra un esercizio banale, ma non lo è, rivelandosi spesso utile anche per l’adulto, che tende a focalizzarsi sui problemi e a non vedere le cose buone.

7. Benessere genitoriale

Il compito del genitore è molto complesso e a volte la sensazione di non essere efficace con i propri figli è fonte di grande sofferenza. I figli tuttavia crescono e i loro bisogni si modificano rapidamente. L’adulto si trova quindi a sentire che ciò che funzionava fino a ieri oggi non funziona più. Il genitore, dopo una prima fase di comprensibile smarrimento, è in grado di adattarsi alle nuove esigenze ed a fungere da modello per il bambino in crescita, mostrando di poter essere una guida più saggia e più forte del bambino stesso. Saper gestire e spiegare le emozioni dei bambini fa parte di un buon senso di autoefficacia e di benessere genitoriale.

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