Il Corpo e la Voce della Sofferenza: “Il Ballo delle Pazze”

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Articolo scritto dal Dr. Massimiliano Gabboli  

Geneviève: «Oggi ne è arrivata una nuova…»
padre: «E, dimmi, com’è?…»
Geneviève: «È… (sospira) “Intensa”»
padre: «Non mi sembra un sintomo: “essere intensi”»

(Le Bal des Folles, 2021)

1. Il Ballo delle Pazze

In un’accurata ricostruzione dell’atmosfera culturale della seconda metà dell’800, sospesa fra le grandi passioni letterarie ed un crescente interesse per i fenomeni psichici, dalla clinica psichiatrica allo spiritismo, il film di Mélanie Laurent, adattamento cinematografico dell’omonima opera di Victoria Mas (Le Bal des Folles, 2019), ci racconta l’intreccio fra le storie di Eugénie Clery (Lou de Laâge), una giovane intelligente e sensibile appartenente alla borghesia parigina che viene fatta ricoverare a forza dal padre nel padiglione delle isteriche della Salpêtrière; di Geneviève Gleizes, l’austera caposala del padiglione (Mélanie Laurent), e di alcune delle altre pazienti ricoverate; fino all’epilogo della vicenda nell’annuale “Bal des folles”, evento al quale, oltre ai medici ed alle pazienti del padiglione, veniva invitata a partecipare Le Tout-Paris, ovvero alcuni esponenti della borghesia cittadina.

Come bene illustrano le prime scene del film, la “malattia” per cui Eugénie viene fatta ricoverare sembra andare oltre la sua convinzione di riuscire ad entrare in contatto con gli spiriti; la curiosità intellettuale, così come la condotta indipendente della ragazza ed in particolare la libera espressione del suo pensiero sono infatti fonte di grande disturbo nel suo ambiente sociale e di grave imbarazzo per la sua famiglia. In concreto Eugénie vede, sente, pensa e desidera più di quanto una donna della sua condizione dovrebbe ed è troppo risoluta a rivendicare il diritto proprio e degli altri ad una certa libertà dalle soffocanti restrizioni sociali della borghesia parigina di fine secolo.

Solo più avanti nel film, con lo sviluppo del rapporto fra Eugénie e Geneviève,  scopriamo poi come quest’ultima, sotto l’impeccabile divisa, la diligenza ed il rigore con cui svolge il proprio lavoro di infermiera, nasconda un’intima compassione per le sofferenze delle pazienti affidate alle sue cure che trae origine dal suo profondo dolore per la tragica quanto enigmatica perdita della sorella Blandine.

2. Restituire corpo e voce alla sofferenza umana 

In numerose recensioni, l’opera della Mas, così come la pellicola che ne è stata tratta dalla Laurent sono state interpretate come l’ennesima rivendicazione femminista della discriminazione a cui le donne sono state sottoposte da una società maschilista, così come l’ennesima denuncia dei metodi disumani e umilianti con cui la psichiatria ha frequentemente trattato i pazienti che le erano stati affidati affinchè se ne prendesse cura. Se queste interpretazioni sono senz’altro plausibili, ritengo, tuttavia, che si fermino alla superficie e che, almeno agli occhi di uno psicologo interessato alla storia dello sviluppo della psicoterapia, il fascino del romanzo come del film risieda soprattutto nella trasposizione, in forma decisamente credibile e coinvolgente, di un fitto intreccio fatto di storie di sofferenza umana, accomunate dalla triste esperienza di non essere state ascoltate e comprese, ma, al contrario, respinte con fastidio come “irrazionali” quando non addirittura “innaturali” e consegnate nelle mani di una psichiatria ottocentesca che, cercando i metodi per “curarle”, in realtà le imprigionava e le mortificava nelle proprie strutture, fino a ridurle al silenzio, privandole della loro stessa umanità. 

Come diceva Gustave Flaubert: «Le bon Dieu est dans le détail», ed è proprio attraverso i dettagli della narrazione che vediamo emergere questa comune esperienza di sofferenza umana nelle singole storie delle pazienti e delle infermiere dell’ospedale, come se nel seguire le loro vicende vedessimo comparire in trasparenza un altro di quegli spiriti inquieti che turbano Eugénie Clery, ma più reale degli altri: quello di Louise Augustine Gleizes, la più famosa tra le pazienti di Jean-Martin Charcot.

Come un caleidoscopio, la struttura narrativa della trama scompone gli elementi della singolare vicenda umana di Augustine, alternativamente come paziente e come inserviente della Salpêtrière, e li restituisce attraverso le storie dei personaggi: Louise, abusata e percossa, che viene esibita da Charcot durante le sue lezioni pubbliche sull’isteria attraverso le ben note dimostrazioni di trance ipnotica che tanto affascinarono Freud, ma che spesso esponevano le pazienti agli sguardi di un vasto pubblico mentre riproducevano con le loro “crisi” la sofferenza patita, l’eccitazione sessuale insoddisfatta o le violenze subite; Marie, che viene impietosamente fotografata per attirare, con la bizzarria delle sue contratture muscolari, l’attenzione degli accademici sull’esposizione del suo caso presentata da Charcot; l’infermiera Geneviève, a cui viene attribuito il suo cognome (Gleizes) e che, per la compassione che prova nei confronti delle pazienti e l’aiuto che da a Eugénie, riparando così a quella che sente essere una sua colpa passata, verrà punita diventando lei stessa una paziente; per concludere con la fuga di Eugénie che avverrà, proprio come quella di Augustine, vestita da uomo.

In questo modo Le Bal des Folles restituisce alla sofferenza delle pazienti per mostrarla allo spettatore corpi e voci capaci di incarnarla ed esprimerla.

Come a confermare questa prospettiva, visto nella sua luce, il breve ma emozionante episodio del film in cui la mutacica Camille, all’uscita delle pazienti dalla messa, si mette a cantare acquisisce tutto il suo significato: rivelando la sua splendida voce, mai udita prima fra le mura della Salpêtrière, Camille canta degli occhi di sua madre, capaci di vederla, conoscerla e accettarla anche negli aspetti meno gradevoli, eppure, così umani del suo essere.

3. La Salpêtrière

La Salpêtrière, il cui nome completo attuale è Groupe hospitalier de la Pitié-Salpêtrière, rappresenta l’icona stessa della psichiatria europea: delle sue origini così come del suo sviluppo successivo fino alle soglie del XX sec.
È, infatti, in uno dei suoi antichi cortili da carcere che il noto dipinto di Tony Robert-Fleury “Philip Pinel à la Salpêtrière” colloca il gesto simbolico compiuto da Philippe Pinel di liberare i folli dalle catene per iniziare a curarli dalle loro malattie mentali, anziché semplicemente tenerli reclusi; anche se il processo con cui lo psichiatra francese si proponeva di applicare i principi della Ragione illiminista al campo ad essa antagonista della “follia” era già iniziato qualche anno prima presso l’asilo di Bicêtre e stenta ancora oggi a realizzarsi. È questo il quadro che vediamo a metà del film, nella scena in cui Geneviève attende per entrare a riferire al dr. Charcot delle condizioni delle pazienti, ricevendo poi da lui l’ordine di far rinchiudere Eugénie in isolamento. 

È sempre qui che, settant’anni più tardi, dall’esteso programma di sperimentazioni cliniche condotto da quelli che diverranno alcuni fra i nomi più noti della disciplina, sotto la direzione di Jean-Martin Charcot e Alfred Vulpian, nascerà la neurologia scientifica, le cui scoperte verranno ampiamente divulgate dallo stesso Charcot durante le lezioni pubbliche che teneva ogni venerdì e le sue lezioni magistrali del martedì sera, le quali attireranno studenti da tutta Europa compreso, nel 1885, un giovane neurologo moravo di nome Sigmund Freud, che proprio su ciò che aveva sentito e visto durante le lezioni di colui che per tutta la vita considererà suo maestro –al  punto di dare il suo nome al suo primo figlio– e sulle profonde impressioni che aveva tratto dai suoi metodi costruirà quell’ideale scientifico che lo porterà ad elaborare il metodo psicoanalitico (Borgogno F., 1983).

E a distanza di un secolo e mezzo stupisce ancora scoprire che fra le mura di uno dei suoi padiglioni, quello in cui venivano ricoverate le isteriche, ogni anno per oltre vent’anni, a metà quaresima veniva organizzato un ballo in cui le pazienti, i medici, le infermiere e alcuni scelti esponenti dell’alta borghesia parigina: “la Follia” e “la Ragione” si abbracciavano per volteggiare insieme sulle note di valzer e polke. Che significato, tra i molti possibili, possiamo dare a questo evento? 

Se anche tu senti il bisogno che alla tua sofferenza, al tuo turbamento o alla tua infelicità venga dato l’ascolto che merita per comprenderne il significato, la psicoterapia può essere il luogo più adatto per trovarlo.

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