Il Fenomeno Del Bullismo ed Il Ruolo Genitoriale Nella Funzione di Prevenzione

Il fenomeno del bullismo ed il ruolo genitoriale nella funzione di prevenzione

Articolo scritto dal Dr. Angelo Fanara 

1. Che cos’è il bullismo

Per molti anni il fenomeno del bullismo è stato relegato a comportamenti individuali che violavano le norme di condotta sociali da parte di un individuo nei confronti di un altro. Le azioni aggressive erano valutate solamente sulla base della violazione della norma senza tenere conto della loro complessità e di quanto il contesto sociale potesse essere una variabile incidente su di un determinato comportamento. “Il bullo”, all’epoca neanche definito tale, veniva eletto come unico elemento del problema, ovvero, un ragazzo con tratti comportamentali non idonei alla vita sociale, che doveva essere corretto tramite una sistema premio-punizione.

 Lo psicologo svedese Dan Olweus fu il primo a coniare ed utilizzare già dagli anni settanta, il termine bullismo per indicare le prepotenze fra pari nelle sue ricerche sulla violenza nei contesti scolastici, da cui scaturirono svariati programmi di contrasto e prevenzione ampiamente adottati nelle scuole di tutta la nazione.

 Ad oggi Olweus, è considerato tra i massimi esponenti a livello mondiale in tema di aggressività e bullismo, egli identificò anche i primi criteri per individuare il problema del bullismo e poterlo differenziare da altre possibili interpretazioni come il gioco turbolento, atti distruttivi o le cosiddette ragazzate come gli incidenti o scherzi e i giochi pesanti tra pari, tipici del processo di maturazione degli adolescenti.

Secondo l’autore esistono tre criteri imprescindibili che caratterizzano il fenomeno del bullismo senza i quali esso non sussiste: 

 

  1. La prima caratteristica riguarda l’intenzionalità dell’aggressore (bullo) nel voler mettere in atto dei comportamenti volti a ferire (in maniera fisica o psicologica) l’altro (vittima), pianificando le proprie azioni col fine di danneggiare.
  2. La seconda caratteristica riguarda la persistenza nel tempo, ovvero, la reiterazione dei comportamenti aggressivi del bullo nei confronti della vittima. Questo fa si che un comportamento aggressivo, per essere definito un episodio di bullismo, non debba essere isolato e sporadico nel tempo, ma abbia una costanza nella sua ripetizione per un lasso di tempo consistente.
  3. La terza caratteristica sta nell’asimmetria di potere tra le parti in gioco (vittima/e e bullo/i), ovvero, un aggressione tra pari, per essere inquadrata come fenomeno di bullismo deve necessariamente configurarsi in una disparità di potere tra i soggetti in gioco. Che essa sia di natura fisica (es. un ragazzo grosso vs ragazzo esile) o di natura psicologia (ragazzo normodotato vs ragazzo con disabilità intellettiva) o sociale (ragazzo al centro delle relazioni nel gruppo classe vs ragazzo emarginato) non cambia, conta solo che tra i contendenti non ci sia lo stesso grado equiparitario.

Riassumendo il bullismo può essere definito come una specifica categoria di comportamento violento caratterizzato da ripetizioni nel tempo degli atti aggressivi e da squilibrio di potere, ovvero, “un abuso sistematico di potere” come lo psicologo svedese stesso lo definisce. 

2. Il bullismo come fenomeno sociale

Una quarta caratteristica, anche se essa non viene esplicitamente considerata tale, ma senza la quale il fenomeno non sussisterebbe, è sicuramente la natura sociale di questo fenomeno. Infatti durante le ricerche effettuate negli ultimi trent’anni quello che è emerso, sempre con maggior forza, è l’importanza di un contesto sociale dove mettere in atto i comportamenti vessatori. Non a caso il fenomeno del bullismo trova la sua massima espressione all’interno del contesto scolastico, proprio perché il bullo ha bisogno di una platea dove esibire il proprio potere. Questo fa evincere che all’interno dello scenario di questo fenomeno non vengono coinvolti solo bullo/i e vittima/e ma entrano in gioco anche i partecipanti silenti ovvero gli spettatori, quelli che alimentano e danno senso ai comportamenti aggressivi. 

Il bullismo può essere considerato a tutti gli effetti un fenomeno di gruppo e la sua comprensione non può prescindere, oltre che dalle caratteristiche individuali di chi è direttamente coinvolto come attore di prepotenze, dall’analisi delle dinamiche e delle caratteristiche del gruppo di coetanei in cui esso si manifesta. Il bullismo infatti è influenzato dal significato sociale che assume all’interno di un determinato gruppo, dalle credenze e dagli atteggiamenti che gli studenti stessi hanno riguardo ad esso (es. le credenze circa l’efficacia di comportamenti aggressivi o gli atteggiamenti verso chi subisce prepotenze). Molto importante quindi è analizzare anche quello che avviene attorno alle dinamiche tra bullo e vittima. Infatti gli elementi terzi possono assumere varie posizioni nei confronti della diade, per esempio ci può essere chi interrompe il comportamento aggressivo elevandosi a difensore della vittima, andando così a mitigare l’impatto della violenza o al contrario c’è chi invece sostiene ed incoraggia, sospinto da credenze sociali di riferimento, l’azione del bullo diventando sostenitore attivo del comportamento vessatorio ed innescando un rinforzo positivo. Da non sottovalutare neanche l’influenza dei semplici spettatori non agenti tra le parti, infatti essi pur non compiendo nessuna azione, dalle ricerche effettuate, si è evinto che con il loro atteggiamento passivo in realtà non sono scevri dal rinforzare implicitamente il comportamento del bullo, che non avendo nessun impedimento ed una platea dove esibirsi viene rinforzato silentemente ad effettuare le prepotenze nei confronti della vittima. 

3. Il sistema famiglia ed il suo ruolo nel fenomeno del bullismo

Oltre agli attori direttamente coinvolti durante le azioni compiute dal bullo, altri fattori indiretti possono essere considerati variabili di moderazione molto importati. La prima tra queste sicuramente appartiene al contesto familiare in cui il bullo vive. Le principali caratteristiche della famiglia che vanno ad influenzare le possibili condotte aggressive sono:

3.1 Gli stili Parentali

Ovvero i comportamenti che i genitori hanno nei confronti dei propri figli che riflettono i valori e le credenze che questi hanno circa l’educazione e che influenzano le loro pratiche educative. Dalle ricerche effettuate da Maccoby e Martin negli anni ottanta sono emersi quattro stili parentali diffusi prevalentemente all’interno dei contesti familiari che si distinguono per varie caratteristiche. Il primo, definito autoritario, rifletterebbe un maggior rischio di sviluppo di comportamenti aggressivi e forme di bullismo nei figli, a causa proprio dei valori credenziali che esso trasmette, ovvero una ferrea disciplina basata su un sistema valoriale premio punizione ed un assenza quasi totale di rispecchiamento empatico che possa compensare le richieste emotive dei propri figli. Mentre lo stile che sembra essere fattore di prevenzione dell’insorgenza dei fenomeni di bullismo è quello definito autorevole, ovvero dove pur essendoci un alta richiesta di rispetto di regole a cui dover sottostare, esse vengono compensate da un alto livello di sostegno e calore affettivo con la disponibilità a soddisfare le richieste emotive dei propri figli. Gli stili parentali non influenzano solamente l’insorgenza o meno di comportamenti aggressivi, ma gli stessi, in base ad altre variabili come le caratteristiche temperamentali del bambino, possono produrre anche gli effetti opposti, ovvero processi di vittimizzazione. Infatti lo stesso stile autoritario può essere riscontrato anche nelle vittime di bullismo, proprio perché il bambino, abituato a subire condotte dominanti, può essere incoraggiato ad un atteggiamento di sottomissione nei confronti di figure autoritarie nel contesto dei pari. 

Anche uno stile di cure materne iper protettivo può avere conseguenze, esponendo maggiormente al rischio di vittimizzazione nei ragazzi. Le ansie e le paure nei confronti del mondo esterno da parte di un genitore nei confronti del proprio figlio possono trasmettere insicurezza nell’affrontare le relazione esterne al contesto familiare. Finnegan, durante le sue ricerche, ha scoperto che uno stile materno iper protettivo può avere differenti risvolti in base al genere del figlio. Infatti nei maschi si è osservato che questo stile può provocare la sensazione di sentirsi intimoriti difronte alle minacce esterne (come quelle subite da un bullo), cercando rifugio e conforto nelle loro madri. Mentre per quanto riguarda il genere femminile, si è riscontrato che uno stile iper protettivo, associato a strategie di copig aggressive da parte della madre nel rapporto madre-figlia, portano a sviluppare maggiormente aspetti ansiosi depressivi che impedirebbero una reazione corretta nei confronti di comportamenti vessatori nelle relazioni tra pari.

3.2 Gli stili di attaccamento

Questi sono sviluppati nei primi anni di vita, sono una variabile che può avere degli effetti sulla gestione da parte delle vittime nei confronti del bullo. Smith ha ipotizzato che uno stile di attaccamento insicuro-ambivalente possa essere predittore di difficoltà nelle situazioni conflittuali tra pari. Infatti questi bambini possono sentirsi responsabili di aver contribuito all’instaurarsi di questo legame inappropriato con i genitori, arrivando a sviluppare un senso di inadeguatezza, di disistima e di sfiducia nelle proprie capacità, diventando insicuri ed ansiosi. Inoltre essi dimostrano un forte bisogno della presenza del genitore quando devono affrontare situazioni nuove ed esibiscono un forte livello di angoscia quando esso si allontana, queste condizioni sono fattori di rischio per questi bambini che risultano vulnerabili e visibilmente incompetenti nel gestire le aggressioni da parte dei coetanei, ritrovandosi nella condizione di diventare potenziali vittime delle prepotenze dei compagni.

3.3 Il sistema valoriale

Un ultimo aspetto che va annoverato tra le possibili variabili che possono influenzare l’insorgenza di comportamenti aggressivi è quello dell’intero sistema valoriale che governa i comportamenti del nucleo familiare. Per sistema valoriale si intende quell’insieme di credenze che determinano i comportamenti e le dinamiche all’interno del contesto familiare. Da alcune ricerche è emerso che i soggetti che hanno sviluppato condotte aggressive nei confronti dei pari, provenivano da un sistema valoriale familiare volto principalmente a tendenze egocentriche ed individualistiche, dove i comportamenti aggressivi e di prevaricazione sull’altro non solo erano tollerate ma anche ben viste ed approvate al fine di ottenere maggior prestigio sociale ed una condizione di dominanza sull’altro.

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