Joker: Il Bisogno di Sapere di Sé Stessi

_Joker__il bisogno di sapere di se stessi

Articolo scritto dalla Dr.ssa Adelina Boykova Detcheva

Parliamo della pellicola Joker, uscita nel 2019 e diretta da Todd Phillips, che ben illustra la complessità psicologica del suo protagonista, Arthur Fleck detto “Happy”, interpretato magistralmente dall’attore Joaquin Phoenix. Penso che questa versione abbia avuto il merito di porre un focus specifico sul personaggio di Joker, a differenza di altri film precedenti che, pur magnifici, lo presentano soprattutto come antieroe contrapposto a Batman, e di introdurre lo spettatore alle molteplici sfumature della sua vita, tutt’altro che semplice, nella Gotham City nel 1981. Insomma, è una nuova prospettiva in cui lui non è solo il “cattivo”, ovvero il frammento estremizzato di un insieme di caratteristiche, bensì è un personaggio tridimensionale, realistico e articolato, che incontra una realtà dura, per lo più indifferente e, a tratti, spietata. Un incontro infelice, che assomiglia di più ad un pugno nello stomaco che ad un abitare il mondo. 

1. Ipotesi

In questo articolo osserverò la trama soltanto dal vertice della attrazione per la verità da parte del protagonista circa la sua storia personale, al fine di esporre un unico concetto: ogni persona ha una personale, spontanea e naturale necessità di farsi un’opinione su se stessa e sulla situazione nella quale vive e ha bisogno di porsi delle domande volte a comprendere se e quanto questa sia vera. Sostengo che l’impossibilità a compiere questa operazione di ricerca impedisca di avere un buon rapporto con se stessi e con la realtà; la presenza di tabù, bugie, falsità sul proprio conto, sulle proprie origini o sulla propria vita si compatta, solitamente, in un eccesso che pone, per chi lo vive, un ulteriore grosso ostacolo alla propria crescita personale. Per quanto spiacevole (e a volte può esserlo davvero tanto…), la verità ha sempre un valore terapeutico e costituisce un basilare fattore protettivo al mantenimento della salute mentale di ciascuno (Ogden, 2003; Neri, 2007). Al contrario, l’esperienza clinica mostra che la presenza di segreti e falsità esponga la persona interessata ad un rischio maggiore di sviluppare confusioni e patologie mentali. 

2. Origini

Arthur fa il pagliaccio ed il cabarettista di mestiere. L’anziana madre, di cui si cura, forse da sempre, e con cui convive in uno squallido appartamento, lo chiama “Happy”, “felice”, anche se – parafrasando le sue parole – non è mai stato felice, neanche per un giorno della sua vita; è solo che lei non l’aveva mai visto piangere e ha dedotto che fosse felice. Lui ha la “missione” di far ridere la gente, ma no, non è divertente. La fragile identità del protagonista, organizzata intorno al dover essere per forza “felice”, si struttura così intorno ad una tragica incomprensione materna, dovuta alla sua incapacità di sentire e decodificare le emozioni di Arthur, al diniego della sofferenza del figlio, alla sua inadeguatezza nel mettere in atto comportamenti responsivi rispetto a questa sofferenza. Arthur ride: non ride perché è felice; ride perché non sa gestire ciò che prova e, più è forte di intensità ciò che prova, più è incontrollato il suo riso. Prende sette diversi psicofarmaci e, ogni settimana, va a parlare con una dottoressa dei servizi sociali, almeno fino a quando i politici della città non decidono di sospendere i fondi al dipartimento. Infine, subisce continuamente pestaggi, ingiustizie ed ostilità da sconosciuti e conosciuti. Riesce, tuttavia, a tirare avanti, giorno dopo giorno, tenendosi in piedi alla meno peggio.

Tuttavia, riflette e si interroga su se stesso, appunta i suoi pensieri su un diario personale. Ha bisogno di sapere perché le cose stanno così come stanno. Di sé sa di aver avuto un trauma cranico, di avere danni cerebrali e neurologici che gli causano problemi psicologici e comportamentali. Infine, fantastica ad occhi aperti su una figura paterna che possa apprezzarlo, aiutarlo, abbracciarlo, dirgli una parola di conforto. 

3. La nebbia dei segreti

Il padre biologico di Arthur è ignoto, la madre non ha mai voluto rivelargli la sua identità. Di questo non si può parlare: è un tabù, pena la disorganizzazione mentale della madre. Eppure, ogni giorno Penny scrive lettere senza risposta al suo ex datore di lavoro presso la cui casa ha fatto la domestica, parecchio tempo fa, in gioventù. Lei sembra avere la ferma convinzione che soltanto lui potrà salvare e prendersi cura di entrambi. Lui, l’ex datore di lavoro, è Thomas Wayne, un uomo potente, un politico. Arthur è scettico rispetto a questa convinzione; pensa che la madre stia sragionando, che Thomas si sia sicuramente dimenticato di lei. Tenta, insomma, per quanto gli è possibile, di aiutare la madre a ricollegarsi alla realtà, ad assecondarla senza dar troppo peso a queste fantasticherie…  

4. La funzione delle bugie raccontate

Un giorno Arthur decide di aprire una delle lettere della madre indirizzata a Thomas, dove legge ciò che gli sembra essere “la confessione”: Penny chiede aiuto a Thomas per sé stessa e per “loro” figlio. Artur è sconvolto: è possibile che sia proprio lui, il politico, il potente Thomas Wayne, il suo vero padre? Dopo non poche resistenze, Penny gli conferma questa versione. Afferma, inoltre, che “loro” le abbiano fatto firmare delle carte per insabbiare la faccenda, la gravidanza, la paternità. Arthur deve sapere la verità: si reca fuori alla bellissima casa di Thomas, conosce il piccolo Bruce Wayne (Batman), si scontra con Alfred, il fedele maggiordomo, e viene cacciato. Determinato a trovare il modo di confrontarsi con Thomas, cosa tutt’altro che semplice, Arthur riesce ad incontrarlo vis a vis. Thomas, dopo l’insistente richiesta di informazioni del protagonista, gli sferra un pugno in faccia, ma gli racconta anche i seguenti fatti: Penny delira ed è pazza, questa storia non è vera, loro non sono mai stati insieme, la donna ha lavorato per un breve periodo come domestica nella sua villa familiare finendo ricoverata in seguito in manicomio. E ancora: Arthur è stato adottato, i suoi genitori naturali sono “ignoti”. Arthur non sa più a cosa credere, non sa a chi chiedere, non sa cosa fare; sta diventando pazzo, i poliziotti sono sulle sue tracce. Ora la madre sta in ospedale, si è sentita male dopo la loro visita a casa. Ma deve verificare se ciò che dice Thomas è vero oppure no.  

5. L’attrazione per la verità

Determinato a sapere la verità, si reca al manicomio in cui fu ricoverata la madre, chiede della sua cartella clinica, forse lì potrebbe trovare delle risposte. Dopo aver lanciato una breve occhiata alle varie carte inserite nella cartella, l’infermiere si rifiuta di consegnargliela. Arthur però riesce a strappare il fascicolo dalle mani dell’infermiere: così corre via pensando di avere le sue origini tra le mani, tiene stretta la cartella, si allontana rapidamente e, appena possibile, legge finalmente ciò che potrebbe essere la verità: Arthur, figlio di genitori ignoti, è stato adottato da Penny Fleck, maltrattato in tutti i modi numerose volte dai suoi fidanzati di turno, una volta trovato legato alla stufa con una ferita alla testa che gli ha causato i danni cerebrali e neurologici che si porta dietro; la madre è stata denunciata per non aver protetto il figlio adottato. Il suo mondo è ora in frantumi: non solo la “verità”, ovvero le sue origini, l’identità dei suoi genitori naturali, rimarrà ignota, ma egli è stato abbandonato, adottato e poi maltrattato da bambino: tutto ciò che sa di sé è “falso”, da sempre. Segreti, falsità, tabù, bugie.

6. E ora?

E ora non c’è speranza, la verità rimarrà ignota. Arthur è solo al mondo. Ha ucciso Penny. Ora non ha niente da perdere, la speranza si è spenta, il suo legame con il mondo è stato irreversibilmente spezzato. Non rimane che cercare di compattarsi in un’identità puramente negativa costruita “da sé”, generata da nessuno, priva di origini, senza l’ancoraggio alla realtà che nutre la crescita. 

Lavorando con persone che presentano difficoltà psicologiche importanti “è possibile rendersi conto che vi è una differenza tra quelli che hanno subito nell’infanzia traumi che possono essere stati anche continui e importanti, ma ai quali la famiglia non ha cercato di nascondere la verità, e quelli nei quali al trauma è stato aggiunto anche un surplus di bugie e falsificazione. Quelli cioè che sono cresciuti in una famiglia che creava bugie intorno ad una situazione che già di per sé era dolorosa e penalizzante. Il lavoro psicoterapeutico con questi ultimi è molto più difficile e i risultati sono più incerti. È come se questi pazienti fossero stati attratti in un sistema falsificante, e avessero, quindi, difficoltà a capire ciò che gli sta succedendo”.

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