La Quota di Solitudine nei Rapporti Amorosi: Un Commento al Film Assolo di Laura Morante

La quota di solitudine nei rapporti amorosi

Articolo scritto dal Dr. Gianmarco Difonzo

La psicoanalisi ci insegna che la vita umana non si appaga semplicemente del soddisfacimento dei bisogni biologici, in quanto, ogni essere umano, per essere agganciato al sentimento della vita, necessita di essere investito dall’amore e dal desiderio dell’altro. È ciò che riscontriamo nella relazione madre-bambino: il desiderio di una madre, ovvero il fatto che la nascita del figlio sia stata attesa e desiderata è ciò che permette al bambino di poter occupare un posto nel mondo, un posto in cui sentirsi accolto e a partire, da cui sperimentare quel senso di protezione e di sicurezza tale, da potergli poi permettere di entrare in relazione col mondo e con gli altri. Lo psicoanalista francese Jaques Lacan utilizza un’immagine molto evocativa per descrivere la funzione vitalizzante del desiderio materno: un bambino alla nascita piange e il suo pianto può essere inteso come un grido nella notte. Le cure materne rappresentano la possibilità di trasformare questo grido in un appello, in una domanda d’amore attraverso cui chiedere all’altro di fargli un posto, di strapparlo dalla sua condizione di abbandono e solitudine.

La ricerca continua di questo posto speciale presso l’altro è un movimento che non cesserà mai nella vita di un individuo, il quale cercherà di ritrovare questa oasi di felicità negli incontri che caratterizzeranno la sua esistenza, in particolare quelli amorosi.

Ma cosa succede se questa aspirazione dell’umano va incontro ad una frustrazione? Cosa ne è della vita umana nel momento in cui non è più investita dall’apporto vitalizzante del desiderio dell’altro? La fine di una relazione d’amore, così come la difficoltà a poter accedere a un incontro amoroso rappresentano accadimenti che producono sofferenza, in quanto, ci riportano a una condizione di solitudine, ad essere quel grido nella notte in cerca di qualcuno che ascolti e risponda. A questo punto, potrebbe sorgere la domanda: cosa farne della nostra condizione di solitudine? Proverò a rispondere a questa domanda attraverso un commento del film Assolo, film che a mio avviso testimonia in maniera eccellente il lavoro della protagonista attorno alla sua condizione di solitudine. Cercherò di affrontare il tema della solitudine rispetto all’incontro amoroso a partire dalla posizione femminile, sebbene tale tema riguardi anche il maschile.

1. La solitudine di Flavia

Flavia è una donna di mezza età reduce da due divorzi e con due figli. Ha mantenuto buoni rapporti con i suoi due ex mariti, Gerardo e Willy, che si sono entrambi risposati con successo. Flavia, però, si sente sola e poco realizzata, nonostante sia accolta nella grande famiglia allargata dei suoi ex mariti. Il film si apre con Flavia che racconta un sogno alla sua analista: è il suo funerale, a cui sono presenti tutti gli uomini della sua vita, tra cui i suoi ex mariti, ex compagni e figli. Gli uomini parlano tra di loro scambiandosi battute su quanto Flavia fosse inadeguata o meno attraente delle altre donne. Nessuno versa una lacrima per lei e ad un certo punto gli uomini decidono di brindare e di far festa. Il sogno si conclude con Flavia che rimane sola, prova a cantare ma la sua voce si incrina e si spezza. È un grido nella notte.

Questo sogno mette bene in luce il vissuto di solitudine e di indesiderabilità sperimentato da Flavia. La sua analista le rimanda come per la prima volta nella sua vita si ritrovi senza un partner, lei che è sempre passata da una relazione all’altra senza alcuna interruzione, senza prendersi del tempo per sé stessa. Ritrovarsi a essere sola è ciò che scatena in Flavia un vissuto di panico e di depressione. Come cerca la protagonista di alleviare il suo senso di solitudine e di sofferenza? Flavia cerca di tappare il proprio senso di solitudine offrendosi come oggetto supposto rispondere ai bisogni dell’altro: Flavia si offre come accudente e spalla su cui piangere quando i suoi ex mariti sono insofferenti rispetto ai rapporti con le loro attuali partner; si offre come oggetto sessuale ad un uomo che lei non desidera; si offre come amante a un uomo che la metterà sempre al secondo posto e non lascerà mai la moglie. Sebbene Flavia impieghi tutte le sue risorse in questo movimento, il risultato consiste paradossalmente in un inasprimento della sua sofferenza e della sua condizione di solitudine. Più si offre all’altro come oggetto, più cerca di compiacerlo e più si sente sola. Al contempo, Flavia dipende dai suoi ex mariti, perché non ha la patente e vive a casa di uno di loro.

Flavia è in attesa di un uomo che la scelga e la faccia sentire il centro dei suoi desideri. Questa posizione è ben esemplificata nella scena del tango, in cui Flavia aspetta seduta in attesa di un uomo che la scelga e la inviti a ballare. L’invito però non arriva e Flavia fugge, abbandonando la scena.

L’unico rapporto che la vitalizza è quello con una piccola cagnolina di cui si prende cura.

2. Il rapporto con la donna ideale

Al contempo, Flavia si espone a un continuo confronto con le altre donne, in particolar modo, le partner dei suoi ex mariti. Si sente meno capace in cucina dell’una, meno intraprendente e attraente dell’altra. Flavia coltiva l’idea di un ideale di femminilità da cui si sente lontana, un ideale di femminilità che le risulta inaccessibile. Tale vissuto è espresso in un ulteriore sogno: le donne degli uomini della sua vita si ritrovano in un grande bosco verde, sono felici e danzano in perfetta armonia, all’unisono, come se fossero un corpo unico, espressione di un ideale di femminilità. L’unica donna ad essere esclusa dal sogno è Flavia stessa, la quale si riduce ad essere spettatrice della scena. Flavia cerca di carpire il segreto della femminilità, ovvero si interroga su cosa renda attraente e desiderabile agli occhi di un uomo una donna. Un giorno Flavia si reca in un negozio di abbigliamento e lì si ritrova a guardare con ammirazione una bambola dai lineamenti perfetti che indossa un appariscente cappello rosso. Flavia acquista il cappello nonostante non rientri nei suoi gusti e nel suo stile, nella speranza di poter rivestirsi magicamente, attraverso l’oggetto, dell’essenza della femminilità.

Col tempo l’interrogativo di Flavia rispetto alla donna ideale diventa un tarlo anche all’interno della sua terapia. Flavia comincia a interessarsi alla sua analista come donna, osserva il suo vestito, il suo trucco, la presenza di gioielli per abbellire il suo corpo, e si domanda: “Per chi si cura? Per chi si veste?”. Il suo interrogativo sulla donna ideale la spingerà persino a pedinare la sua analista al di fuori della terapia.

3. Il processo trasformativo: poter essere soli per poter essere con l’altro

Col tempo, attraverso il lavoro di messa in parola della sua sofferenza in terapia, Flavia comincia a costruirsi una via d’uscita dal circolo vizioso in cui è imprigionata. A testimoniare la comparsa di una prima luce fuori dal tunnel la presenza di un nuovo sogno: anche in questo sogno, diverse donne si ritrovano in un bosco verde, ma qualcosa è cambiato. Il loro sguardo è perso, non ballano più, non si muovono più all’unisono, anzi si muovono in modo confuso in cerca di una direzione ma senza avere una meta precisa. Gli accadimenti della vita portano Flavia a prendere consapevolezza del fatto che tutte le donne che fanno parte della sua vita sono imperfette. Flavia scopre che una di loro accetta di essere picchiata pur di essere “amata” dal suo uomo, l’altra accetta di rimanere in relazione pur essendo consapevole di essere regolarmente tradita, l’altra ancora fatica a trovare una stabilità e passa da un partner all’altro. L’ideale di femminilità comincia a sgretolarsi e l’assenza di meta presente nel sogno porta Flavia a cominciare a familiarizzare con la condizione di smarrimento del femminile, con il fatto che non esiste un ideale o un percorso già tracciato, ma ogni donna è chiamata ad un lavoro di invenzione particolareggiato rispetto alla costruzione della propria femminilità.

Col tempo, Flavia abbandonerà anche la sua posizione di compiacenza, aprendosi a nuove modalità di fare legame con l’altro. Flavia non accetta più di offrirsi come oggetto che compiace l’altro, e rispondere ai propri bisogni può rappresentare la strada giusta attraverso cui ricercare un’essenza della propria femminilità e attraverso cui stabilire una relazione con l’altro. È a partire da questo processo trasformativo che, nella scena finale del film, possiamo osservare come Flavia sia in grado di avvicinarsi ad un uomo senza fuggire o senza offrirsi come oggetto compiacente. Nella scena finale ritroviamo quattro elementi: Flavia, la sua macchina, l’uomo e la piccola cagnolina. Nella mia interpretazione credo che la presenza della cagnolina e della macchina rappresentino una metafora del processo trasformativo di Flavia: Flavia è riuscita finalmente a prendere la patente e dunque, da questo punto di vista, non è più dipendente dall’altro, può scegliere, invece, di farsi guidare da ciò che vuole l’altro. Al contempo, la presenza della cagnolina testimonia come Flavia sia in grado di coltivare il proprio desiderio anche al di fuori della relazione con un uomo.

Conclusione

Il percorso attraversato da Flavia mette bene in luce come sia, solo attraverso un lavoro personale, sulla propria quota di solitudine che un individuo può aprirsi alla possibilità di uno scambio autentico con l’altro. L’altro non è più messo nella posizione di chi curerà in toto la solitudine di Flavia, di chi la colmerà, ma piuttosto viene inteso come un compagno di viaggio con cui attraversare le reciproche solitudini. Dunque, è solo riuscendo a sopportare e facendo qualcosa della propria quota di solitudine, che il legame con l’altro diventa una possibilità di arricchimento della vita.

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