La Sindrome Dell’Impostore: Percezione di un Successo Immeritato

La sindrome dell’impostore percezione del successo come immeritato

Articolo scritto dalla Dr.ssa Martina Di Dio

1. Di cosa si tratta?

La sindrome dell’impostore è stata scoperta per la prima volta nel 1978 dalla Dott.ssa Pauline Clance, psicologa e ricercatrice, dopo aver ascoltato vissuti di donne di successo nel proprio studio ed essersi resa conto che la loro esperienza di stress e ansia aveva elementi comuni. Individui che soffrono di questo fenomeno ritengono di essere incompetenti, che i loro successi lavorativi siano in realtà frutto di un “colpo di fortuna” e sono fortemente preoccupati rispetto al fatto che prima o poi amici e colleghi possano scoprire la loro “vera natura” di impostori.  

2. Caratteristiche principali

Diversi articoli pubblicati su riviste scientifiche internazionali negli ultimi 40 anni hanno descritto questo fenomeno individuando delle caratteristiche comuni che descrivono il vissuto.

2.1  Il ciclo dell’impostore

Il ciclo inizia quando viene assegnato un compito in ambito scolastico, accademico o lavorativo. Di base vi è un vissuto di ansia prestazionale che l’individuo cerca di tamponare investendo molto tempo ed energia per un’iper-preparazione o un’iniziale procrastinazione seguita da una frenetica preparazione. Quando il compito è completato con successo vi è un iniziale senso di sollievo e soddisfazione che velocemente sfuma. Nonostante arrivino feedback positivi dall’esterno per il raggiungimento dell’obiettivo la persona vive questi complimenti come messaggi incongruenti rispetto al proprio vissuto e i pensieri che seguono diventano: “Se ho avuto successo è solo perché mi sono impegnato duramente, altrimenti sarei un* fallit* ” oppure “è stato solo un colpo di fortuna, quindi non me lo merito”. Questi pensieri vanno quindi a sostenere e rinforzare il ciclo dove nessuno dei successi raggiunti sembrano sufficienti e in linea con i propri ideali di perfezione.

2.2 Il bisogno di essere i migliori

Coloro che si percepiscono come impostori nutrono più o meno consapevolmente un intenso bisogno di essere i migliori all’interno del gruppo dei pari o dei colleghi. Andando ad approfondire la loro storia di vita vi è un passato di “primi della classe” che crescendo non viene confermato in quanto si rendono conto che vi sono altri individui altrettanto bravi. All’interno di una società fortemente competitiva finiscono per definirsi “stupidi” e non riconoscere le proprie capacità là dove non risultano essere i migliori.

2.3  L’immagine di superman/superwoman 

Il bisogno di essere i migliori è strettamente legato ad una tendenza al perfezionismo: chi soffre di questa “sindrome” si aspetta da sé stess* di essere impeccabile in ogni aspetto della propria vita. Gli standard talvolta irraggiungibili portano ad un vissuto di forte stress, insoddisfazione e svalutazione di sé.

2.4 Paura del fallimento

In linea con i punti precedenti possiamo dire che gli “impostori” si espongono a compiti complessi e il bisogno di raggiungere standard elevati aumenta la probabilità dell’insuccesso. Questo di per sé rappresenta una molla esistenziale che ci spinge verso nuovi obiettivi che aumentano la nostra soddisfazione personale. Il problema nasce nel momento in cui fare un “errore” è considerato un “fallimento” che porta alla modifica del proprio valore personale e il vissuto conseguente è di vergogna, umiliazione, tristezza e frustrazione.

2.5 Negazione delle proprie competenze  

L’ “impostore” ha difficoltà a sentire propri i successi e ad accettare come valide le lodi ricevute: questo succede perché vi è una tendenza ad attribuire l’esito favorevole a fattori esterni. Non solo viene screditato il feedback positivo ricevuto ma vi è anche una tendenza a focalizzarsi su ciò in cui è stato “manchevole” e a sviluppare    per provare il fatto che non si merita tutti questi complimenti. Attenzione! Vi è il rischio da parte di chi non ha un vissuto del genere di leggere questi comportamenti come segno di “falsa modestia” ma non è così! Il malessere vissuto è reale e l’insicurezza rappresenta una forma di autodifesa: essendoci un’ipersensibilità al giudizio esterno questo processo ha l’obiettivo di “mettere le mani avanti” finendo per screditarsi per evitare che lo facciano gli altri.

3. Il ruolo dello psicologo

A lungo termine questo vissuto può portare a forte stress e ansia. Le caratteristiche precedentemente descritte sono la conseguenza di un adattamento all’ambiente familiare e sociale in cui l’individuo è cresciuto e la società spietatamente competitiva in cui viviamo rende ancora più complesso il processo di accettazione di sé per cui “vado bene anche se non sono al top!”. Inoltre, come ormai tutti sappiamo i social hanno portato ad un graduale aumento di esposizione al giudizio dell’altro, all’occhio dell’altro e talvolta ci ritroviamo a dargli molto, troppo potere finendo per togliercelo sempre di più. Imparare a darsi valore e sentirsi degni di amore senza dover essere al top è talvolta un cammino faticoso e la psicoterapia diventa uno spazio protetto dover sentire di non essere solo nell’intraprendere questa avventura.

“Non c’è bisogno di mettersi fretta. Non c’è bisogno di brillare. Non è necessario essere nessuno se non se stessi.” Virginia Woolf

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