La Sindrome Dell’Impostore: Quando la Tua Stessa Competenza Ti Ostacola Nel lavoro

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Articolo scritto Dal Dr. Massimiliano Gàbboli

1. Una Distorsione nella Percezione delle Proprie Competenze

Fra i numerosi fenomeni psichici che possono venire a turbare la nostra vita quotidiana, alcuni sono veramente paradossali e subdoli, ma pochi lo sono quanto la Sindrome dell’Impostore (SdI).

Questo fenomeno, descritto per la prima volta nel 1978 dalle psicologhe americane Pauline R. Clance e Suzanne Imes nel loro articolo “The Impostor Phenomenon in High Achieving Women: Dynamics and Therapeutic Intervention” venne da loro definito come l’esperienza soggettiva di sentirsi incompetenti e di ingannare costantemente gli altri riguardo alle proprie abilità e rilevato in un consistente numero delle partecipanti a questo primo studio. Queste donne “di successo”, nonostante la loro competenza fosse ampiamente confermata dai titoli accademici conseguiti, dai risultati professionali, dalla stima di colleghi e superiori e dai risultati ad una batteria di test standardizzati, mancavano gravemente o completamente della capacità di valutare obiettivamente le proprie capacità, considerando i loro successi come frutto di mera fortuna e le validazioni esterne come un’erronea sopravvalutazione da parte degli altri del loro reale valore.

Clance e Imes concludevano sostenendo che la distorsione nella percezione di sé prodotta da tale fenomeno fosse frutto di una combinazione complessa di fattori:

  1. Gli stereotipi di genere, che alla fine degli anni ’70 spingevano ancora a considerare le donne meno performanti degli uomini in campo professionale;
  2. Le dinamiche familiari vissute durante la prima infanzia: in particolare contesti educativi orientati ad un elevato controllo e caratterizzati da tendenza alla critica negativa ed alla svalutazione;
  3. Uno stile di attribuzione esterno.

e rilevarono che le donne che ne soffrivano mostravano contemporaneamente quote più alte di ansia, una stima di sé più bassa ed altri sintomi depressivi in misura significativamente superiore alle medie del campione, oltre al costante timore che non sarebbero riuscite a mantenere la loro posizione, perché presto o tardi sarebbero state “smascherate” come incompetenti.

2. La Sindrome dell’Impostore

Studi successivi presero in considerazione campioni più ampi che includevano anche uomini e, dopo aver definito con maggiore precisione le caratteristiche della sindrome, si orientarono ad individuare gli approcci più idonei per poterla trattare. L’articolo “The impostor phenomenon: recent research findings regarding dynamics, personality and family patterns and their implications for treatment” pubblicato da Pauline R. Clance e Joe Langford nel 1993, riassume numerosi di tali studi, arrivando a concludere che:

  1. Non ci sono differenze di genere nell’esperienza della sindrome, che viene sperimentata in modo analogo e con analoga frequenza sia dagli uomini che dalle donne; 
  2. La SdI pare essere scarsamente correlata alla generale stima di sé, mentre riguarda più specificamente la stima sé nel contesto delle performance di studio e lavorative;
  3. La SdI pare essere fortemente correlata a tratti di personalità nella direzione dell’introversione e dell’ansia di tratto;
  4. La tendenza a sviluppare la SdI è frequente tra coloro che mirano a mantenere alti standard di performance e, conseguentemente, risentono dei fallimenti come sconfitte personali di fronte alle quali si sentono impotenti (helpless), mentre raramente si presenta in coloro che vivono i propri errori come occasioni di apprendimento per migliorarsi;
  5. La SdI si manifesta più frequentemente in coloro che provengono da un background familiare caratterizzato da alta conflittualità, tendenza alla critica negativa, elevati livelli di controllo e tra coloro che sono stati inconsapevolmente o deliberatamente educati a compiacere gli altri, fino gli estremi di essere stati parentificati e/o indotti a sviluppare un falso sé;
  6. La SdI è fortemente correlata ad un’elevata dipendenza dal giudizio altrui nella determinazione del proprio valore;
  7. La SdI è fortemente correlata alla tendenza a vivere all’altezza di standard derivati da un’immagine idealizzata di sé, piuttosto che su di un costante automonitoraggio degli obiettivi raggiunti e mancati e dei propri metodi di lavoro, finalizzato allo sviluppo delle proprie strategie operative.

Per quanto riguarda l’approccio psicoterapeutico più efficace nel trattamento della SdI, Clance e Langford individuavano tre obiettivi primari:

  1. La riduzione della dipendenza della persona dalla valutazione positiva degli altri per la determinazione della propria stima di sé;
  2. La promozione dell’introiezione di un più solido senso del proprio valore, fondato sull’osservazione dei propri successi e la riflessione sui propri errori e le proprie strategie operative;
  3. Lo sviluppo di una maggiore fiducia della persona nella possibilità di venire accettata ed apprezzata per la propria personalità e, quindi, di poter “gettare la maschera”, perché non più necessaria.

Per il raggiungimento del primo obiettivo gli autori consideravano particolarmente indicata la psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT), per il secondo l’approccio della psicologia del sé mentre, per quanto riguarda il terzo risultava utile una ricostruzione delle dinamiche familiari e dello sviluppo della personalità durante l’infanzia e l’adolescenza condotta mediante la terapia familiare.

3. Come affrontare i dubbi riguardo la propria competenza sul lavoro?

Nella mia pratica clinica mi capita relativamente spesso di incontrare persone che, seppure non manifestino una SdI completa, nutrono dubbi infondati riguardo alla propria competenza e temono che le loro presunte mancanze possano venire scoperte e sanzionate, sviluppando di conseguenza ansia prestazionale, tendenza a lavorare troppo e/o a lasciarsi invadere da pensieri relativi al lavoro anche nel tempo libero, e, con il protrarsi delle condizioni di distress, sintomi depressivi.

In tali situazioni il mio intervento, oltre che ai principi elencati al paragrafo precedente, è orientato da un paio di considerazioni aggiuntive:

  1. La competenza professionale e costituita, oltre che da conoscenze esplicite, anche ed in gran parte da competenze operative e procedurali che per loro natura non possono mai essere completamente consapevoli (Bateson G., 1972, Verso un’ecologia della mente). Alla composizione di queste ultime contribuiscono inoltre delle dotazioni di personalità di una certa complessità, le quali si sono sviluppate attraverso le esperienze personali ed una elaborazione prevalente inconscia fin dall’infanzia; quelle che nell’ambito della psicologia del lavoro è diventato di moda chiamare soft skills.
    Per questo motivo ha poco senso cercare di mostrare a se stessi ed agli altri le proprie competenze sforzandosi di elencarle consapevolmente e dimostrandole razionalmente, mentre è molto più utile riflettere sul proprio lavoro osservando cosa ci riesce meglio e cosa peggio, per cosa veniamo maggiormente apprezzati e per cosa meno, ipotizzando delle strategie che ci permettano di sentirci più sicuri perché migliorano costantemente il nostro lavoro;
  2. Il paradosso socratico «Io so di non sapere», che informa gran parte dei nostri sistemi educativi, è estremamente utile nel ricordarci la nostra limitatezza umana di fronte all’estensione della conoscenza in qualsiasi campo, ma, come tutti i principi filosofici, se non esercitato con saggezza e misura, rischia di paralizzarci. A questo proposito, la SdI può essere vista come il fenomeno complementare al noto effetto Dunning-Kruger secondo il quale chi ha poca dimestichezza e competenza in un determinato campo tende sistematicamente a semplificarlo e, di conseguenza, ad autovalutarsi molto più competente di quello che è fino all’estremo di ritenersi addirittura un “esperto”.
    Al contrario, chi in un determinato campo è molto competente, proprio in funzione di tutto ciò che sa, sa altrettanto bene quanto sia esteso e complesso, e quanta conoscenza non riesca ancora a padroneggiare completamente. Se è utile che questa consapevolezza lo spinga ad espandere continuativamente la propria conoscenza e ad affinare la propria competenza, non lo è altrettanto il cominciare a considerarsi un incompetente per il semplice fatto di non sapere o saper fare, utopicamente, tutto.

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