L’arte complessa della genitorialità: che cosa significa essere genitori “sufficientemente buoni”

L'arte complessa della genitorialità

Articolo scritto dalla Dr.ssa Claudia Mazzei

La genitorialità è probabilmente uno dei fenomeni più articolati e complessi della vita. Passare dal ruolo di figlio a quello di genitore, madre o padre, comporta un drastico riassetto della propria esistenza: cambiano le priorità, cambia la prospettiva.

Possiamo parlare della genitorialità come un’arte, qualcosa che non segue rigidi modelli e regole prestabilite. La genitorialità non è una scienza. Non ci sono dogmi o manuali di istruzioni per fare un bambino e crescerlo nel migliore dei modi. Non ci sono formule matematiche per svezzare un figlio e, tanto meno, non ci sono modelli ingegneristici per consolarlo se ha fatto un brutto sogno. E forse, nonostante tutte le sane preoccupazioni di un qualunque genitore, è meglio così. Forse è un bene che non ci siano delle linee guida per essere dei genitori perfetti.

1. Chi vuole essere un genitore perfetto?

La domanda suona banale e forse retorica. Nel profondo forse tutti vorremmo essere genitori perfetti. Vorremmo essere in grado di non ricadere negli errori – ordinari e grossolani – dei nostri genitori, o in quelli che fanno quella giovane coppia che ha appena avuto un figlio. Oppure vorremmo essere perfetti, proprio come i nostri genitori, i migliori del mondo. Vorremmo essere impeccabili per i nostri figli, idealizzati e idealizzanti, e crescerli facendo sì che si ricordino della nostra insuperabile abilità genitoriale.

Tuttavia, inevitabilmente, dobbiamo scontrarci con i dubbi, le ansie, le preoccupazioni. Starò facendo la cosa giusta? Cosa succederà dopo? E se avessi fatto la scelta sbagliata? Cosa penseranno di me? Avremmo dovuto portarlo a nuoto invece di portarlo a fare karate? 

Ma le domande sono non solo giuste, ma inevitabili. 

Un genitore sufficientemente buono

Se una cultura della performance – mediata anche da un modello educativo e scolastico talvolta criticabile – porta ad ammirare la perfezione, il massimo dei voti, dall’altra parte la realtà ci impone di prendere consapevolezza di quello che un genitore e un figlio necessitano: fare il proprio meglio. 

La definizione di genitore “sufficientemente buono” trae origine dall’opera del celebre psicoanalista britannico Donald Winnicott (1896-1971): le sue osservazioni e ricerche decennali sul rapporto che lega madre e figlio hanno gettato nuova luce sul fenomeno della genitorialità.

Winnicott osserva come le madri, o comunque le principali figure di accudimento, siano istintivamente in grado di accudire i figli dosando i limiti dell’immaginaria onnipotenza infantile e quindi le piccole frustrazioni che un bambino ha necessità di sperimentare. Particolare rilevanza ha l’aspetto della creatività, la gioia di interagire e giocare con il mondo e la realtà che ci circonda.

La bontà delle cure genitoriali è un’arte complessa: non è una scienza, ma un’alchimia.

Senza addentrarsi troppo nell’intricato mondo della psicoanalisi

Usando i termini di Winnicott possiamo dire che le figure di accudimento devono possedere una “preoccupazione materna primaria”, una propensione innata a fornire alla prole ciò che necessita nel momento in cui sorge il bisogno: sia questo fisiologico, relazionale o affettivo. Questa sensibilità porta ad avere un equilibrio nello sviluppo psicologico.

I figli non hanno bisogno di genitori perfetti, irraggiungibili e privi di difetti, verso cui rischierebbero di sentirsi sempre in debito o che non potranno mai eguagliare. I figli hanno bisogno di modelli sani e consapevoli, limitati e imperfetti come ogni essere umano lo è. Sufficientemente buoni, abbastanza da capire le esigenze e dare limiti quando necessario. Non serve prendere il massimo dei voti, l’importante è impegnarsi e ottenere quello che si riesce: anche una sufficienza può valere molto nel corso di studi della genitorialità.

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