L’Auto-Oggettivazione Sessuale: Quando la Vittima fa suo lo Sguardo dell’Oppressore

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Articolo scritto dal Dr. Aron Fantini 

1. La prima impressione sull’altro: dalle categorizzazioni sociali agli stereotipi e i pregiudizi 

Vivere all’interno di una società comporta necessariamente l’essere classificati in categorie sociali in base alle informazioni che da alcune caratteristiche immediatamente percepibili del nostro corpo o dei nostri comportamenti è possibile ricavare (genere, età, etnia, orientamento sessuale ecc.).      

Categorizzare le persone per caratteristiche immediatamente percepibili è una modalità attraverso la quale gli esseri umani riescono ad intessere relazioni nelle loro prime fasi, potendo contare su una “guida” preliminare circa il modo di comportarsi in base alla persona con la quale si interagisce. Nelle prime fasi conoscitive, ci comporteremo con l’altro in base a come  ci si aspetti “funzioni” per via di ciò che presumiamo sulle sue categorie sociali di appartenenza. Questo ci permette di economizzare in termini di risorse cognitive.

Andando avanti con la conoscenza, si scoprirà che, pur appartenendo a specifiche categorie sociali, non funzioneremo in toto come la società pensa che dovremmo funzionare in quanto facenti parti di queste o di quelle categorie sociali.

Ogni persona ha infatti in essere un potenziale infinito di caratteristiche che faranno emergere la sua unicità alla quale non sarà possibile, in fasi più avanzate, relazionarsi con il filtro delle categorizzazioni sociali. Prendiamo le categorie di genere: ogni uomo sarà uomo nella sua straordinaria unicità e allo stesso modo ogni donna sarà donna nel suo modo unico e irripetibile di esserlo.  Il fatto di utilizzare delle informazioni preliminari sul modo in cui  ipoteticamente ci si aspetti che debbano essere o funzionare gli uomini e le donne, potrà esserci utile nella fase in cui ancora non conosciamo bene Marco o Giovanna, ma poi andando avanti nella relazione, scopriremo che non tutte o addirittura nessuna delle deduzioni sul modo di funzionare di Marco, in quanto uomo, appartengono realmente a Marco, e che non tutte o, addirittura, nessuna delle deduzioni sul modo di funzionare di Giovanna, in quanto donna, appartengono realmente a Giovanna. Le categorizzazioni sociali hanno quindi una funzione evolutiva importantissima in una prima fase,  ma un utilizzo poco flessibile di esse può portare allo sviluppo di stereotipi e pregiudizi.

Gli stereotipi consistono in attribuzioni di caratteristiche specifiche e limitanti verso un gruppo sociale, che vengono assolutizzate e generalizzate su tutti gli individui della categoria in oggetto, senza tenere in considerazione il fatto che non necessariamente queste caratteristiche appartengano al gruppo sociale in questione,  ed escludendo le differenze individuali e l’infinito numero di caratteristiche che potrebbero descrivere le singole persone, forse in modo più esaustivo, rispetto allo stereotipo stesso. “Gli uomini sono meno capaci nelle mansioni domestiche” o “le donne sono meno propense ad ambire a successi lavorativi”, sono forme di stereotipo che in questo caso si basano su assunti assolutizzati per tutti gli individui facenti parti della categoria “uomo” nel primo caso e della categoria donna nel secondo. Eppure, molti uomini sono propensi in attività che secondo lo stereotipo sono attribuibili alle donne e molte donne ambiscono a raggiungere posizioni dirigenziali all’interno delle aziende per cui lavorano. 

Se lo stereotipo consiste nell’attribuzione di caratteristiche di per sé neutre, il pregiudizio invece si basa su attribuzioni di caratteristiche valoriali e di giudizi, negativi o positivi, che anticipano la conoscenza dell’individuo facente parte del gruppo sociale che di quel dato pregiudizio è vittima.

“Gli stranieri rubano” o “gli italiani sono mafiosi” sono forme di pregiudizio legate ad atti criminosi che tutta una data categoria sarebbe propensa a commettere , nonostante gli stessi siano perpetrati da una minima percentuale degli individui appartenenti a questi gruppi sociali, senza che questo c’entri con il fatto di appartenere a quel gruppo. 

2. L’oggettivazione e l’auto-oggettivazione sessuale: caratteristiche e implicazioni cliniche 

2.1 Una violenza di genere tipica: l’oggettivazione sessuale 

Una delle forme più ancestrali di categorizzazione sociale è quella legata all’appartenenza di genere e quindi alla suddivisione tra uomini e donne.

Come ogni forma di categorizzazione sociale, anche, e in questo caso, soprattutto quella legata al genere, ha prodotto e produce nella società delle aspettative circa il modo in cui le persone che vi appartengono debbano comportarsi. L’irrigidimento di queste aspettative comporta la nascita dei ruoli di genere, ossia delle vere e proprie norme comportamentali che ci si aspetta vengano attese da tutti gli uomini in quanto uomini e da tutte le donne in quanto donne. I ruoli di genere soffocano l’emergere della propria identità personale e della propria unicità in favore di una rigida attribuzione omogenea e standardizzata di modi di funzionare ed essere in quanto uomini e donne. 

Divergere dallo stereotipo di genere, ma anche il semplice fatto di appartenere ad un genere specifico, può esporre la persona a stereotipi, pregiudizi fino ad arrivare ad una vera e propria forma di violenza: in questo caso la violenza di genere.

Una forma di violenza molto comune che viene perpetrata soprattutto nei confronti delle donne in quanto tali, è quella legata all’oggettivazione sessuale.

Quando entriamo in relazione con l’altro la prima forma di categorizzazione implicita è quella di considerarlo o meno in quanto persona, ossia come un individuo con una propria integrità da rispettare, dotato dei propri pensieri, delle proprie emozioni e della sua storia personale. Esiste però la possibilità che l’altro, soprattutto se donna, non venga considerato come una persona ma come un oggetto di cui si ipersessualizzano le caratteristiche.

L’oggettivazione sessuale è una forma di deumanizzazione che fa sì che l’individuo venga trattato come merce e strumento soprattutto in relazione all’espletamento di funzioni sessuali. Gli osservatori che si concentrano sull’aspetto fisico di un individuo lo considerano meno umano, intellettualmente meno capace e moralmente meno degno 

2.2  Le caratteristiche di una relazione oggettivante

Nussbaum nel 1999 ha individuato 7 caratteristiche di una relazione oggettivante:

  1. Strumentalità: la persona oggettivata viene usata per raggiungere i propri scopi;
  2. Inerzia: la persona oggettivata è considerata priva della capacità di intendere, volere e agire;
  3. Negazione dell’autonomia: viene negata la possibilità per la persona oggettivata di autodeterminarsi;
  4. Fungibilità: la persona oggettivata essendo priva di valore è interscambiabile con altre persone altrettanto oggettivabili;
  5. Violabilità: la persona oggettivata in quanto tale non viene rispettata in quei confini che tutti hanno, e in quanto tale, ci si sente in diritto di minarne l’integrità;
  6. Proprietà: la persona oggettivata in quanto tale è proprietà di qualcuno;
  7. Negazione della soggettività: La persona oggettivata non ha diritto al rispetto e al riconoscimento delle proprie esperienze e dei propri sentimenti.

2.3 L’auto-oggettivazione sessuale: quando la persona interiorizza lo sguardo oggettivante

Il corpo oggettivato  sessualmente è un corpo che non viene osservato nella sua integrità ma è simbolicamente frammentato e considerato nelle specifiche parti che vengono sessualizzate, e viste da parte dell’oppressore, come strumento per l’appagamento del proprio desiderio sessuale,  ignorando deliberatamente l’identità che abita quel corpo. Ma quali saranno le conseguenze per una persona che fin dai primi anni della giovinezza è sottoposta allo sguardo oggettivante?

Due psicologhe Fredrickson e Roberts ipotizzarono che una costante esposizione allo sguardo e al giudizio sessualizzato e oggettivante porti inconsciamente le ragazze e le donne che ne sono vittime a interiorizzarli come standard da utilizzare per valutare sé e il proprio corpo. Ciò quindi non solo comporterebbe per le due studiose un’auto osservazione ossessiva e giudicante del proprio corpo secondo gli standard oggettivanti, ma anche il cominciare a pensarsi come oggetti e a proporsi come tali favorendo ulteriormente negli altri un pregiudizio oggettivante. L’oggettivazione sessuale agita costantemente su una persona può perciò  promuovere in essa l’auto-oggettivazione sessuale.

2.4 L’esperimento del “costume da bagno” 

Nel 1998 le studiose condussero uno studio sperimentale volto ad indagare le conseguenze di condizioni oggettivanti su un gruppo di 72 studentesse universitarie. Le studentesse vennero divise in due gruppi: il primo gruppo veniva sottoposto ad una condizione oggettivante che prevedeva l’osservarsi davanti ad uno specchio indossando un bikini; il secondo gruppo veniva sottoposto ad una condizione di controllo in cui si  rimaneva vestite. 

Dopo la prima fase sperimentale, tutte le ragazze venivano sottoposte a dei test per valutare: il livello di ansia, l’autostima, la vergogna, la percezione del corpo e i comportamenti alimentari e invitate a mangiare dei dolci che venivano loro offerti.

Le ragazze sottoposte alla condizione oggettivante registrarono bassa autostima ed elevati tassi di vergogna e di focalizzazione sul proprio corpo con una maggiore tendenza a rifiutare il cibo offerto rispetto al gruppo delle ragazze sottoposte alla condizione di controllo. L’esperimento fu riproposto coinvolgendo anche un gruppo di uomini e sottoponendo i partecipanti a dei test che valutavano prestazioni in varie attività cognitive.

I risultati dimostrarono che le condizioni oggettivanti incidono nei tassi di autostima, vergogna e sui comportamenti alimentari maggiormente nelle donne rispetto agli uomini. Inoltre, chi era stato sottoposto a condizioni di oggettivazione dimostrava prestazioni cognitive più basse, in quanto le risorse destinate al senso di vergogna e soprattutto al monitoraggio e al giudizio del proprio corpo,  toglievano la possibilità di dedicarne altre alle attività da svolgere.                           

2.5 Oggettivazione e Auto-oggettivazione sessuale: implicazioni cliniche

Interiorizzare lo sguardo oggettivante comporta un ossessivo automonitoraggio del proprio corpo che viene sottoposto ad una costante valutazione di sé rispetto agli standard oggettivanti. La paura di disattendere quegli standard o la discrepanza tra l’immagine del proprio corpo, reale o percepita, rispetto agli standard artefatti presi a riferimento contribuiscono all’aumento dell’ansia, della depressione, della vergogna e della diminuzione di autostima oltre che allo scaturire di disturbi alimentari.

A livello sessuologico, interiorizzare lo sguardo oggettivante e percepire sé stesse come oggetti porta a proporsi come strumento per l’appagamento sessuale del proprio partner con un’influenza negativa per la propria assertività sessuale ossia per una sessualità vissuta in modo appagante nel rispetto dei propri diritti, dei propri bisogni e delle proprie esigenze. Non solo la persona auto-oggettivata nel proporsi come strumento per l’appagamento sessuale altrui rinuncia ad una sessualità per sé piacevole, ma anche ad una sessualità sicura.

Una sessualità oggettivante incide sulla diminuzione dell’utilizzo di contraccettivi, aumento delle malattie sessualmente trasmissibili e l’aumento di gravidanze indesiderate in giovane età. L’oggettivazione sessuale può riguardare anche bambine in pubertà precoce che rischiano di essere esposte a messaggi sessualizzanti in età neurobiologicamente precoci. 

2.6 In conclusione: auto-oggettivazione vs sessualità consapevole

È importante precisare che la condizione auto-oggettivante non ha nulla a che vedere con il diritto di vivere una sessualità libera da tabù, con il diritto di vestirsi come meglio si crede o proporsi in modo seducente. La linea di demarcazione tra una sessualità “libera” e l’auto-oggettivazione sta proprio nella libertà della persona di poter decidere autonomamente nel rispetto della propria e altrui autodeterminazione.

Il fenomeno dell’auto-oggettivazione sessuale è tale quando la vittima è indotta a pensare da condizionamenti sociali martellanti, che l’unico modo di esistere rispetto al proprio genere di appartenenza, è legato a precisi standard fisici e comportamentali indipendentemente dal fatto che questi siano o meno autentici per la propria persona. L’auto-oggettivazione sessuale quindi spinge la persona che ne è vittima a standard fisici e comportamentali da raggiungere non tanto per la propria persona ma, solo per il soddisfacimento del bisogno estetico/sessuale altrui. 

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