Lutto complicato: sintomi, cause e cura

Lutto complicato_sintomi, cause, cura

Articolo scritto dalla Dr.ssa Adelina Boykova Detcheva

Con il termine ‘lutto’ si indica il processo emotivo, più o meno lungo, più o meno consapevole, che consegue alla perdita di qualcuno di importante per noi. In letteratura si è soliti parlare del ‘lavoro del lutto’, intendendo con questa espressione lo stato doloroso che siamo costretti ad affrontare quando subentra questa inesorabile esigenza di realtà. Talvolta il pensiero rivolto al defunto è in risalto rispetto al flusso dei nostri pensieri, altre volte la sensazione della perdita scorre di sottofondo, dotando il nostro umore di una certa tonalità: tristezza, nostalgia, sensazione di mancanza… Il tutto accade nella consapevolezza che le cose non torneranno ad essere come prima. Ma non sempre le cose vanno così. Sebbene non ci sia un tempo definito di elaborazione e nessuna reazione emotiva alla perdita sia da condannare, il lavoro del lutto può essere ancor più problematico quando ci riguarda da vicino: quando non riusciamo ad essere in contatto con il nostro mondo emotivo; quando ci sentiamo come anestetizzati o intorpiditi; quando siamo abbiamo paura del nostro dolore e allora lo neghiamo, non vogliamo pensarci, non riusciamo a fare i conti con la morte. In questi casi, la nostra mente non riesce ad elaborare il lutto; questo lavoro mentale non si avvia o diventa troppo arduo, talvolta impossibile. E allora il lutto rimane lì, sospeso, in attesa di poter essere elaborato, “lavorato”, fino a quando non arrivano le condizioni giuste che riescano a renderlo per lo meno accettabile o pensabile. Si definisce ‘complicato’ un lutto che sosta indigesto nella nostra vita psichica. Nelle sue caratteristiche, il lutto complicato resiste al passare del tempo, come se avessimo perso questa persona così importante per noi il giorno prima anche se sono passati anni, fino a diventare un vero e proprio disturbo. A tal proposito, il Manuale Statistico e diagnostico dei Disturbi mentali (DSM-5) ha individuato una nuova categoria specifica, il “Disturbo da lutto persistente complicato”.

1. Sintomi

Il Disturbo da lutto persistente complicato è la situazione patologica che rappresenta il lutto non elaborato e, salvo condizioni che modificano questo stato di cose, non elaborabile. Non è la quantità o la qualità del dolore a caratterizzare un lutto impossibile; è piuttosto che questa situazione emotiva permanga nella forma delle manifestazioni acute della sofferenza in modo cristallizzato, amplificato, invalidante. Il DSM-5 indica un criterio temporale di un anno, ovvero una serie di reazioni emotive devono essere presenti per 12 mesi per poter fare la diagnosi. Non che il lutto di una persona cara come un partner o un genitore possa essere elaborato in 12 mesi, ma piuttosto che in un anno la mente della persona solitamente riesce a capacitarsi della perdita e inizia ad accettare di convivere con questa assenza. Le reazioni emotive scatenate dall’evento della morte sono le seguenti: un persistente desiderio e nostalgia della persona deceduta; tristezza e dolore emotivo intensi in seguito alla morte; una sorta di preoccupazione per il deceduto o per le circostanze della morte. In secondo luogo, la sofferenza reattiva alla morte della persona in lutto complicato può caratterizzarsi: in una marcata difficoltà ad accettarne la morte; una sorta di incredulità o torpore emotivo rispetto alla perdita; difficoltà a recuperare i ricordi positivi; amarezza o rabbia in relazione alla perdita; senso di autocolpevolezza o valutazione negativa di sé a proposito della morte; eccessivo evitamento di cose o persone che ricordano il defunto. Infine, vi è un ulteriore criterio particolarmente rilevante, definito ‘disordine sociale o dell’identità’, che comprende una serie di reazioni emotive specifiche, come il desiderio di morire per stare vicino al defunto; la difficoltà di provare fiducia verso il mondo; un sentimento di solitudine e distacco dagli altri; la sensazione che la vita sia vuota o priva di significato; di non farcela senza il defunto; o ancora, un senso di confusione circa propria identità, una difficoltà a fare piani per il futuro o seguire i propri interessi. La reazione al lutto causa disagio clinicamente significativo. La reazione al lutto è sproporzionata o non coerente con le norme culturali o religiose. Va specificato se la morte sia avvenuta in un contesto traumatico, aspetto che aumenta la probabilità di sviluppare il disturbo. 

2. Cause

È chiaro qui che il grado di vicinanza rispetto al defunto è rilevante. Basta pensare alla perdita di un genitore, di un figlio, di un fratello o una sorella, un partner magari dopo 40 anni di matrimonio. Le cose, insomma, sono tutt’altro che semplici. La morte di una persona così cara può essere accettata e il lutto può esserne elaborato; ciò non vuol dire che questa persona non ci mancherà più o non ne sentiremo l’assenza, anzi. Solo che abbiamo scelto di continuare a vivere oltre la sua morte. Un altro fattore implicato potrebbe essere il rapporto che ci lega al defunto. Difatti, avere con lui o lei un buon rapporto, una realistica immagine di questa persona nella nostra mente, solitamente è di aiuto al processo. Al contrario, un rapporto di conflitto, eccessivamente imbevuto di ostilità o al contrario, eccessivamente idealizzato, può essere un ostacolo. Le relazioni di ambivalenza, infatti, in cui gli aspetti “negativi” del rapporto non sono stati elaborati, a loro volta potrebbero aumentare la probabilità di non riuscire a digerire la morte di una persona cara. Infine, un terzo fattore potrebbe essere quello indicato anche dal DSM-5, ovvero il ‘disordine sociale dell’identità’. Ciò significa che non sappiamo più chi siamo senza ricoprire quella specifica funzione e quel ruolo rispetto alla persona perduta. Ad esempio, se ci siamo eccessivamente identificati nel ruolo di un genitore, non sappiamo più chi siamo senza i nostri figli.  

3. Come superare il Disturbo da lutto persistente e complicato

La prima cosa da fare quando si ha l’impressione di dover affrontare una perdita così importante di una persona significativa è quella di darsi tempo. Sappiamo infatti che l’assenza di una persona cara è rilevante per noi e non vi è alcuna urgenza di fare niente di particolare, tantomeno compiere dei comportamenti impulsivi: ci vuole tempo e il tempo cronologico, quello degli orologi e dei calendari, raramente coincide con il tempo interiore, quello emotivo e affettivo. È importante qui essere il più possibile comprensivi con sé stessi e fare i conti con l’impotenza davanti a cui la vita ci pone: dopo tutto, siamo esseri umani inseriti in un ciclo di vita su cui non abbiamo mai del tutto il controllo. In secondo luogo, è importante poter contare sui nostri affetti: familiari, amici. È possibile condividere il dolore in famiglia, nella rete sociale, cercare gli altri importanti quando stiamo male e siamo consapevoli di affrontare delle perdite dolorose. Infine, è assolutamente essenziale prendersi il più possibile cura di noi stessi: tentare, al meglio, di continuare a vivere, anche se ci sentiamo spenti dentro, alimentarci, dormire, lavorare, essere gentili con noi stessi, relazionarci con persone con cui abbiamo dei rapporti di intimità. Isolarsi, ritirarsi, se non per il primissimo periodo che consegue la morte della persona cara, per quanto conforme al nostro stato d’animo di perdita, non è mai di alcun sollievo e a lungo andare di nessun aiuto. Anzi, l’isolamento e il ritiro ci mettono a rischio di fronte all’esordio di alcune patologie gravi, come la depressione.

4. Come curare il Disturbo da lutto persistente e complicato con la terapia psicologica

Ad oggi, il Disturbo di lutto persistente e complicato è una condizione psicopatologica che necessita di ulteriori studi; per questo motivo ad ora non sono stati definiti trattamenti evidence-based. Tuttavia negli ultimi decenni sono stati messi a punto alcuni interventi mirati che mostrano risultati promettenti, come:

  1. Complicated Grief Therapy (CGT), ovvero la Terapia del lutto complicato, basata sul modello della terapia dell’attaccamento e influenzata in modo integrato sia dalla terapia interpersonale che dalla terapia cognitivo-comportamentale, che mira a rimuovere gli eventuali ostacoli che impediscono l’elaborazione del lutto e ad aiutare la persona a recuperare la progettualità per il futuro;
  2. Grief-Help Therapy (CHT), ovvero la Terapia basata sull’aiuto per persone che hanno subito un lutto, adatto per bambini e adolescenti, di tipo cognitivo-comportamentale, che utilizza specifiche tecniche di questo tipo di approccio. 

Qualora nel disturbo siano presenti aspetti traumatici (come quando la morte è inaspettata o particolarmente violenta) è fortemente raccomandato l’utilizzo dell’approccio terapeutico EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari). Inoltre, il metodo psicodinamico, di derivazione psicoanalitica, per sua natura particolarmente flessibile e orientato alla soggettività del paziente, nella cornice della psicoterapia supportiva e della terapia psicodinamica breve si occupa spesso del disturbo. In questa tipologia di percorsi, nel rispetto dei tempi del paziente, si avvia lentamente di norma quel faticoso e arduo lavoro mentale del lutto, che la persona non è riuscita a svolgere “da sé”. Spesso, quando c’è un così grande dolore, sono necessarie due persone, due menti, per digerire, renderlo pensabile, per riuscire infine a conviverci. Il lavoro del lutto consiste nella faticosa ricapitolazione dei ricordi in cui è presente il defunto che giungono alla nostra mente provocando di solito una vasta gamma di vissuti emotivi. I pensieri sono rivolti alla persona perduta, nella messa in insieme dei lati del suo carattere in una immagine mentale integrata, positiva e negativa, di esplorazione del significato affettivo dei ricordi che ci collegano a lui o a lei. Siamo a buon punto quando siamo in grado di avere nella nostra mente un’immagine viva e vitale della presenza della persona defunta; magari abbiamo “ereditato” alcune sue caratteristiche che troviamo in noi stessi, come se li avessimo assorbite. Abbiamo così la possibilità di poterlo o poterla pensare, ricordare, che qualcosa di lui/lei sia in noi oggi. Che il ricordo è vivo. In parallelo, accettiamo la morte come evento del ciclo vitale, all’interno di una configurazione esistenziale, non traumatica, non tanatofobica: la morte può succedere e succede. Il nostro tempo vitale è limitato, non va sprecato. Insomma, in sintesi, abbiamo libero accesso al ricordo della persona defunta, ne ricordiamo gli aspetti piacevoli e ricordare non è troppo doloroso, non ci spezziamo al solo pensiero. Con questo dolore si può convivere. Infine, storicamente anche altri orientamenti psicoterapeutici, come l’approccio umanistico-esistenziale, che per natura ha una forte enfasi verso la significazione della perdita e la dimensione esistenziale del nostro essere al mondo, si occupa dell’accettazione della morte intesa come evento del ciclo vitale. 

Conclusione

In questo articolo partiamo di una generale definizione del lutto come un processo mentale che impone un lavoro alla nostra mente. Il lutto di una persona cara di norma è un processo normale, implicato nel ciclo vitale, che ci porta tristezza e nostalgia, ma anche un ricordo della persona e della sua presenza in passato. Il lutto è in contatto con la memoria e con la nostra personalità. Tuttavia, esso può essere indigeribile e diventare un disturbo. Nel paragrafo successivo esploriamo i sintomi del Disturbo da lutto persistente e complicato, così come descritto dal Manuale Statistico e diagnostico (DSM-5). Segue l’esplorazione di alcune delle varie cause. Segue quindi cosa ci è possibile fare per gestirlo al meglio, nella consapevolezza che si tratta di un evento che ci espone ad un vissuto emotivo estremamente intenso. Infine, si esplica in cosa consiste il lavoro del lutto nella cornice del trattamento psicodinamico. 

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