Mobbing: Come Sopravvivere in Un Ambiente Ostile

Mobbing come sopravvivere in un ambiente ostile

Articolo scritto dalla Dr.ssa Filomena Iorio 

“Finalmente hai ottenuto il tanto sospirato lavoro! Hai studiato tanto, ti sei impegnato a fondo, non hai tralasciato nulla, sei pronto a conoscere il tuo capoufficio, di vedere l’ambiente nel quale trascorrerai gran parte della tua giornata, sei curioso di conoscere i tuoi nuovi colleghi di lavoro con i quali condividere gioie e dolori. 

Ma…. che succede? Quello che per te doveva essere l’inizio di una nuova e sfidante avventura diventa un vero e proprio incubo. Il tuo datore di lavoro o peggio, un tuo collega più anziano o meno qualificato, inizia a vessarti, trascorre buona parte del suo tempo a criticare ogni tua scelta lavorativa, mette in dubbio le tue capacità, ti deride davanti agli altri, ti umilia, ti isola, svaluta il tuo operato. Andare al lavoro, per te, diventa sempre più faticoso e demotivante. A casa sei sempre più nervoso, aggressivo con i tuoi cari. Inizi a ridurre le tue attività piacevoli, eviti di incontrare amici, mangi troppo o troppo poco, fumi sigarette in quantità maggiori, hai cominciato a consumare più alcolici, la notte hai frequenti risvegli, non dormi più bene come una volta. Pensare di dover andare al lavoro il giorno dopo ed il giorno dopo ancora, pesa come un macigno…. dubiti di te stesso, ti senti incapace di svolgere qualsiasi mansione. Le tue assenze al lavoro diventano sempre più frequenti e continui sono i richiami del tuo superiore, tutto ciò alimenta un circolo vizioso, di malessere e richiami:

stai vivendo una terribile e umiliante esperienza di mobbing.”

1. Mobbing: cos’è?

La parola mobbing è stata mutuata dal mondo animale, il primo ad utilizzare questo termine fu Konrad Lorenz (1966) un etologo austriaco che osservò il comportamento messo in atto da alcune specie animali per allontanare dal proprio gruppo un elemento indesiderato, accerchiandolo e costringendolo al confino sociale e nei casi più estremi indurlo alla morte.

Quello che succede nel mondo animale non è così lontano da ciò che si può osservare in ambito umano e nello specifico nel contesto lavorativo.

Negli anni ‘80 lo psicologo e psichiatra svedese Heinz Leymann descrive con attenzione il fenomeno del mobbing definendolo “un’aggressione psicologica e morale, reiterata nel tempo da parte di più aggressori, i quali agiscono nei confronti della vittima con l’intento di nuocere alla salute della stessa”.

Secondo questo studioso si parla di mobbing “quando l’aggressione psicologica e morale subita, è protratta nel tempo, è di intensità crescente ed è accompagnata dalla sensazione di non potersi difendere in alcun modo. L’obiettivo ultimo dell’aggressore è vessare con il proprio comportamento e con le proprie azioni la vittima per estrometterla dal contesto sociale e lavorativo.”

In Italia, uno dei maggiori esperti di mobbing, Harald Ege (2001) sostiene che “questo fenomeno lavorativo non solo è riconducibile ad una sorta di contesa armata tra due contendenti, ma è anche incredibilmente simile per caratteristiche, strategie, obiettivi e atteggiamenti alla guerra vera e propria.”

Cit.: Al mio segnale scatenate l’inferno!

Ege, studiando la realtà italiana individua un modello a sei fasi. Vi è una “condizione zero” nella quale il conflitto è considerato fisiologico, normale ed è anche, lavorativamente parlando, accettato, questo perché, secondo Ege, le aziende italiane sono conflittuali di natura. Inizia, poi, un periodo di conflitto mirato (fase 1), si individua la vittima e inizia il mobbing (fase 2). La vittima manifesta i primi sintomi psicosomatici con continue assenze per malattia (fase 3), di conseguenza l’amministrazione del personale inizia a prendere dei provvedimenti, inviando richiami disciplinari all’interessato (fase 4). Tutto ciò non fa altro che ricadere negativamente sulla salute psicofisica della vittima designata (fase 5) e si arriva all’esclusione dal mondo del lavoro (fase 6).

Si assiste poi, sempre secondo l’esperto, a ciò che viene definito “doppio mobbing”, situazione esclusivamente italiana proprio per il ruolo che ricopre la famiglia per l’italiano medio, in cui la persona che subisce mobbing riversa il suo malessere anche in ambito familiare, scaricando sul coniuge, sui figli, sui genitori la propria rabbia e frustrazione, arrivando fino alla rottura dei legami affettivi più significativi e creando terra bruciata intorno a sé. 

2. Quanti tipi di mobbing esistono?

Il mobbing può essere di diversi tipi, si parla di:

  1. Mobbing verticale: quando l’aggressore è un superiore che può arrivare ad essere particolarmente aggressivo e persecutorio nei confronti del lavoratore “prescelto”, inducendolo in uno stato di prostrazione ed umiliazione tali da indurre il dipendente a dubitare delle proprie capacità, isolandolo dal resto del gruppo.
  2. Mobbing orizzontale: quando è uno o più colleghi, di pari grado, che creano un clima denigratorio e di tensione verso colui il quale viene ritenuto una possibile minaccia al ruolo a fatica guadagnato dagli altri. 
  3. Mobbing ascendente: quando è un subordinato a cospirare per mettere in cattiva luce un superiore.

Effetti sul benessere psichico ed emotivo

Il mobbing può essere considerato una vera e propria aggressione psicologica, uno “stillicidio di persecuzioni, attacchi ed umiliazioni”. Il lavoratore vittima di mobbing viene colpito emotivamente e fisicamente, minato nella sua capacità lavorativa e nella fiducia in sé stesso. Tra i sintomi psicosomatici più spesso descritti ed osservati troviamo: umore depresso, stati d’ansia, tremori, tensione emotiva. È frequente avere la sensazione di essere in costante pericolo, provare un senso di oppressione e lamentare continui e costanti mal di testa. Si comincia ad avvertire profondamente la sensazione di solitudine e la convinzione di avere qualcosa di sbagliato che possa indurre l’altro a comportarsi da carnefice. 

Da un punto di vista diagnostico, quando un soggetto vittima di mobbing si rivolge ad uno specialista, può essere frequente la diagnosi di “Disturbo dell’adattamento” e nei casi in cui ci si trova di fronte ad una maggior compromissione della sfera affettiva e ad una cronicizzazione del disturbo, anche quando viene a cessare l’evento stressante, si può arrivare alla formulazione di una diagnosi di “Disturbo post-traumatico da stress”.

3. Strategie per difendersi

Se sei vittima di mobbing o pensi di esserlo è bene tenere a mente che non sei tu il problema, non hai niente di sbagliato. 

Di seguito alcuni suggerimenti per aiutarti a gestire meglio queste difficoltà che si possono incontrare in ambito lavorativo:

  1. Impara ad apprezzarti di più.
  2. Cerca di creare degli spazi, al di fuori del lavoro, che ti diano gioia e soddisfazione. 
  3. Evita di avere scatti d’ira nelle situazioni in cui ti senti messo alle strette.
  4. Sii più assertivo. 
  5. Impara una tecnica meditativa.
  6. Impegnati a proteggere la tua famiglia dalla tua rabbia e frustrazione, parla con tranquillità.
  7. Prova a descrivere ciò che stai subendo per trovare in loro degli alleati e non “altri nemici”.

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