Perché si Soffre? Il Ruolo dei Meccanismi Ricorsivi nel Mantenimento della Sofferenza

Perché si soffre_ Il ruolo dei meccanismi ricorsivi nel mantenimento della sofferenza

Articolo scritto dalla Dr.ssa Giulia Baldini

Se ci pensiamo bene, ogni giorno, per ragioni diverse e con diversi gradi di intensità, possiamo soffrire per qualcosa. Possiamo soffrire per un litigio o per la rottura di una relazione con una persona amata, per la perdita di una persona cara, per il non raggiungimento di un obiettivo scolastico o lavorativo per noi importante, per una critica, per un rifiuto, per il timore del futuro. La sofferenza, così come le emozioni positive, è parte integrante e fondamentale della nostra esistenza. Tutte le emozioni hanno infatti una loro importanza ed un ruolo fondamentale nel guidare la nostra esperienza e nel determinare le nostre scelte, i nostri giudizi, le nostre credenze, i nostri comportamenti.

La sofferenza emotiva è il prodotto del confronto con le frustrazioni della vita, attuali o potenziali e della difficoltà a farsene una ragione. Infatti, essa sembra sempre legata ad una discrepanza tra ciò che si desidera e la realtà dei fatti, soffriamo quando avvertiamo la compromissione o la minaccia di uno scopo rilevante a livello personale. 

Sofferenza Patologica: caratteristiche

Si può parlare di sofferenza patologica quando tale sofferenza è esagerata nell’intensità e persistente nella durata ed è, inoltre, caratterizzata dalla resistenza al cambiamento per via di una mancata accettazione della realtà. Si tratta del cosiddetto paradosso nevrotico: perché una persona che sa che il proprio scopo è irraggiungibile, continua ad investire in tale direzione piuttosto che rinunciare? Perché le persone continuano a star male? Perché non avviene un cambiamento anche quando sarebbe possibile e opportuno?

Più si investe su qualcosa è più è probabile che si creino cicli di autoalimentazione come l’iperfocalizzazione e automatismi che non rendono disponibili informazioni che faciliterebbero il disinvestimento dallo scopo compromesso. 

Meccanismi cognitivi alla base della sofferenza

La teoria cognitiva sostiene che noi siamo continuamente impegnati nella costruzione del significato degli eventi. Beck osservò che i racconti dei pazienti depressi sono pieni di errori cognitivi (valutazione distorta degli eventi).

Elenchiamo alcuni di questi biases:

  1. Deduzione arbitraria: trarre una determinata conclusione in assenza di prove che la sostengono o quando l’evidenza è contraria alla conclusione tratta.
  2. Astrazione selettiva: concentrarsi su un dettaglio estrapolato dal contesto ignorando altri aspetti della situazione e concettualizzare l’intera situazione sulla base di quell’unico dettaglio.
  3. Ipergeneralizzazione: trarre una regola generale o una conclusione in base a uno o più eventi isolati e applicare tale concetto ad altre situazioni, connesse o non connesse col caso specifico. 
  4. Ingigantire o il minimizzare: esagerare o ridurre l’importanza di un evento. Pensiero dicotomico o assolutistico: tendenza a classificare tutte le esperienze in due categorie opposte. 
  5. Personalizzazione: tendenza a porre gli eventi esterni in relazione a se stesso. Tendenza a darsi la colpa. 

Tutti commettiamo questi errori cognitivi. Beck  ci direbbe che la patologia o una vulnerabilità alla patologia si ha quando gli errori nel processo di costruzione del significato diventano sistematici, prevalenti e riguardano soprattutto l’ambito personale.

La Sofferenza Emotiva come Mancanza di Accettazione

Detto ciò, capiamo che in terapia l’accettazione ha un ruolo cruciale poiché, se soffro perché non accetto, vorrà dire che dovrò imparare ad accettare di più. Ma quando è preferibile l’accettazione rispetto ad altre vie? In due condizioni:

  1. Quando il paziente non ha strumenti per eludere la minaccia (per esempio, nel caso di lutto di una persona cara)
  2. L’investimento verso lo scopo è faticoso in termini emotivi ed esistenziali perché produce sofferenza e allontana altri scopi personali più raggiungibili

In pratica, quando non si può far altro che accettare.

L’ACT (Acceptance and Commitment therapy) introdotta da Hayes, è una forma di psicoterapia che punta ad aiutare il paziente a essere maggiormente consapevole dei propri pensieri, emozioni e comportamenti automatici. Inoltre, enfatizza il ruolo dei valori personali nel percorso di cura, favorendo azioni impegnate e comportamenti in linea con ciò che davvero conta per il paziente anche in presenza di emozioni e pensieri difficoltosi o spiacevoli.

Accettare vuol dire, in conclusione, prendere atto di quello che non si può modificare e concentrare le energie su quello che invece è in proprio potere.

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