Princesa: Spunti per Interventi Clinici con Persone con Varianza di Genere

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Articolo scritto dal Dr. Paolo Mazzaferro

1. Breve trama

L’articolo trae spunto da un libro: non uno qualsiasi ma una storia vera, di quelle crude da leggere e digerire ma che aprono enormi riflessioni personali e soprattutto cliniche. “Princesa” racconta la storia di Fernandinho, un transessuale ed è l’esplicitazione dell’esperienza di un corpo in dissonanza: un viaggio, un percorso, un transito da un’identità sessuale a un’altra, un essere umano bloccato. 

Il racconto parte da lontano, dal Brasile del Nord, e dal corpo maschile di Fernandinho, che mille ragazzi di campagna faranno femmina per il loro piacere e per il piacere di Princesa. È una storia di moderna metamorfosi, di una fuga fisica, una storia dai copioni preordinati che diventeranno illusioni e catastrofi, con dapprima le grandi metropoli brasiliane e poi l’Europa che faranno da sfondo a questo quadro. 


L’argomento, di estrema attualità, viene trattato con una vicinanza e con un rispetto verso l’altro totalmente inediti: questo è il risultato dello strano incontro, avvenuto tra le mura di un carcere, tra lo stesso Fernandinho e Maurizio Iannelli, un “duro” delle Brigate Rosse in piena crisi di identità e con il bisogno di interpretare altri ruoli nella propria vita, desiderio che successivamente è riuscito a realizzare diventando regista ed autore per la Rai. 

Dalla testimonianza di Fernando, in arte Princesa, Fabrizio De André ha tratto ispirazione per l’omonima canzone presente nell’ultimo suo album “Anime Salve”.

2. L’indagine sui costrutti identitari

La prima riflessione che il libro ci offre riguardo ad una persona con varianza di genere, che risulta il filo rosso della prima parte della narrazione, è l’esigenza di andare ad indagare il costrutto identitario di chi ci è davanti, ovvero “porre l’analisi su come la persona definisce se stessa”. 

A differenza di altre situazioni in cui diviene utile effettivamente partire dalle narrazioni che la persona fa di sé, in questo caso ci troviamo di fronte ad un dilemma nel quale il terapeuta non può dare nulla per scontato, visto che non conosce ancora niente su chi ha davanti. Solo chi sta chiedendo aiuto al clinico può risolvere tale dilemma: “Quale genere di sostantivo è accettato dal mio cliente?”. Questa domanda può sembrare di poco conto nella maggior parte dei casi gestiti, ma dice molto su come la persona stia costruendo la propria identità sessuale e, soprattutto, come la stia utilizzando. Princesa, dalle sue parole, fa capire di avere la necessità che gli altri la appellino con genere femminile (scrivo “necessità” poiché Fernando è donna anche grazie alle parole di chi lo circonda). 

3. Le narrazioni identitarie

Altra parte importante sono, a questo punto, le narrazioni circa la propria identità e le credenze che la persona abitualmente utilizza: ad esempio, il discorso che Princesa possiede della propria sessualità e come la diversifica dagli altri assume un valore centrale rispetto a come ella si legge e come configura la realtà circostante. 

I ruoli interpretati da se stessa e dagli altri divengono come cristallizzati, immobili, come vestiti cuciti sulla pelle senza possibilità di cambiamento. 

Il “gay”, visto dalla protagonista, è etichettato come “discreto”, come una persona che “nasconde il suo disagio e il suo vizio alle persone estranee” (cit.). In questa frase Princesa racconta come “l’essere omosessuale” sia una forma di disagio e di vizio che però non vuole essere lampante, sotto gli occhi di tutti: è un disagio “discreto”, tacito e nascosto. “L’essere trans”, come controparte, significa svestirsi completamente di fronte alla società, mettersi a nudo di fronte ad un pubblico che può vedere e può, quindi, giudicare. Questo ci fa ben capire come la narrazione verso l’identità “gay” sia estremamente differente rispetto a quella “trans”. L’essere visti, il “non aver paura”, il “disagio” che prova l’omosessuale a differenza di Princesa, sono tutte considerazioni che fanno parte della propria configurazione di realtà.

Altro aspetto da porre in rilievo è nel testo quando ella dice: “Sono donna quando gli sguardi degli uomini sono su di me”. Questo pensiero è, per uno Psicoterapeuta, di assoluta importanza poiché ricorda molto le teorie esposte da Erving Goffman, soprattutto nel suo libro “La vita quotidiana come rappresentazione”. 

L’attore è tale solo quando dispone di un pubblico che lo legittima tanto quanto Princesa (ma potremmo parlare di ogni persona con varianza di genere) potrebbe “essere” e quindi vestire abiti e copioni femminili quando in platea esiste un pubblico che ha la forza di legittimare i suoi movimenti interattivi. Il tema dell’essere visto è basilare per la costruzione della propria identità. Come si sente nel retroscena? Ovvero, quando non ci sono “gli uomini”, chi si racconta di essere Princesa? Riesce a mantenere coerente il ruolo anche fuori dalla rappresentazione? Quanto è coerente la propria teoria identitaria? Queste sono tutte domande da porsi per indagare in modo più completo determinati aspetti di sé. 

In ultimo, rispetto alle narrazioni identitarie, Fernando “diviene” Fernanda esclusivamente in alcuni contesti che, inizialmente, hanno come mood il tema sessuale. 

A casa e per gli amici egli è Fernandinho, veste altri abiti non necessariamente legati al mondo trans sessuale. Un punto focale che spiega quanto le parti di sé si intersecano per costruire un’identità in divenire è dato dal nome “Princesa”, importante poiché utilizzato quasi esclusivamente in contesti interattivi aventi come tema della scena il “sesso”. Princesa, in realtà, nasce dalla sua bravura non nelle pratiche sessuali ma in cucina, e nello specifico nel cucinare il filetto alla parmigiana. Per il Terapeuta non è roba di poco conto: questo “nomignolo” ha la possibilità di riaprire il ventaglio di possibilità narrative della persona, poiché inizialmente erano tante, fino al momento dell’attribuzione di questo nome.

4. Il corpo come cartina tornasole del cambiamento

Altro tema fondamentale, oltre quello della sessualità, è quello del corpo. 

“Come la persona vive il proprio corpo?”, “Che tipi di credenze ha verso di esso?”, “Quanta parte del concetto di sé il cliente mette a disposizione verso il tema del corpo?”. Bisognerebbe chiedersi anche quante speranze di “riconoscimento della propria identità” la persona stia affidando al corpo, quanto esso potrebbe risultare lo specchio dei propri progetti di vita. 

Queste sono tutte domande necessarie per comprendere quanto anche la parte corporea sia in linea o distante rispetto alle aspettative sulla costruzione della propria identità. 

Conclusione

La riflessione che nasce dal punto di vista clinico, dopo la lettura del libro “Princesa”, risulta necessaria: c’è l’esigenza di scoprire ed approfondire i modi in cui gli altri leggono il mondo, gli occhiali che mettono per focalizzare le proprie esperienze e per poterle riempire di sensazioni, paure, domande, speranze. Non si deve dare mai nulla per scontato, né ricondurre ciò che non sappiamo dell’altro al nostro sistema di riferimento, poiché commetteremmo l’errore di pensare che uno sia uguale ad uno. Uno Psicoterapeuta sa come questo sia impossibile.  

La persona con varianza di genere deve potersi sentire compresa, accolta poiché la terapia a volte è l’ultima tappa di un percorso doloroso e generatore di sofferenze di ogni tipo. 

Se Princesa ti ricorda qualcosa della tua storia, chiedere aiuto ad un professionista può essere necessario nel definire e co-costruire una nuova identità. 

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