Senso di Colpa e Vergogna: Cos’hanno in Comune e Quali Sono le Loro Conseguenze?

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Articolo scritto dalla Dr.ssa Rossana Curatolo

Senso di colpa e vergogna sono associati a stati più o meno profondi di malessere e di sofferenza. Spesso si può percepire un vuoto, un senso di paura, talvolta un senso di impotenza. Questi stati d’animo intaccano l’immagine che possediamo di noi stessi, il nostro pensiero su di noi e sugli altri, tendono a mettere in discussione la nostra autostima e le nostre capacità critiche.
Cosa sono? Quali sono le differenze tra senso di colpa e vergogna? Da dove provengono? E che cosa fare per elaborarli e superarli?

1. Cos’è la vergogna e come si manifesta?

La vergogna è un’emozione sociale legata al timore di suscitare negli altri valutazioni negative con danno all’immagine che si vorrebbe dare di sé e alla propria autostima. E’ un’emozione universale che a tutti capita di sperimentare. L’uomo è infatti un animale sociale e vergognarsi è un modo per dare importanza ai valori e alle norme sociali del gruppo: è un campanello d’allarme che ci fa avvertire in modo sgradevole che la nostra immagine sociale è in pericolo e che, se non facciamo nulla per evitarlo, corriamo il rischio di essere rifiutati, di non essere accettati dal gruppo di appartenenza. 

La vergogna si può manifestare attraverso:

  1. disagio molto acuto che, soprattutto se si scatena in pubblico e in modo improvviso, comporta reazioni corporee che includono rossore, tachicardia, sensazioni intense di caldo/freddo, abbassare o distogliere lo sguardo, testa reclinata o rivolta altrove, postura ripiegata su di sé, spalle strette, tendenza a coprirsi il volto con le mani;
  2. sentirsi sbagliati, inadeguati, incapaci, deboli, rifiutati;
  3. concentrazione totale dell’attenzione su di sé;
  4. desiderio di nascondersi, di scomparire, di scappare;
  5. senso di impotenza, inibizione del movimento, paralisi;
  6. interruzione dell’attività in corso, confusione, incapacità di concentrarsi;
  7. il linguaggio si fa incerto, ambiguo, poco organizzato e i concetti vengono “camuffati” con termini poco precisi, informazioni irrilevanti, banali o ripetute;
  8. comportamento compiacente e sorridente o, al contrario, rabbioso, ostile;                                                                                                

Dato il forte disagio che comporta, spesso si mettono in atto strategie per far sì che svanisca più in fretta possibile. Ad esempio spostare l’attenzione; ridere: il riso aiuta a prendere le distanze da ciò che si prova internamente e stemperare l’imbarazzo in situazione sociali; sostituzione con un’altra emozione, come tristezza o rabbia; modificare a posteriori la valutazione cognitiva dell’evento: spostare la responsabilità da sé all’esterno o minimizzare l’importanza di quanto avvenuto riguardo alle sue conseguenze sociali o alla idea generale di sé.

2. Il senso di colpa

Il senso di colpa è una conseguenza della percezione di una discrepanza tra ciò che si ritiene adeguato e ciò che abbiamo fatto o che siamo. 

Esso si può definire come uno stato affettivo conseguente ad un evento ritenuto, più o meno ragionevolmente, dal soggetto degno di punizione. Non necessariamente questo stato affettivo però si collega ad un’azione specifica, in questo caso il soggetto percepisce un senso di indegnità personale. 

Come conseguenza, si possono manifestare da una parte, comportamenti (non necessariamente consapevoli) che hanno la funzione di porre rimedio al disagio che il senso di colpa provoca; dall’altra, manifestazioni patologiche conseguenti al senso di colpa come disturbi ossessivi, fobie, sintomatologia depressiva, problematiche relazionali.

Il sistema di regole e valori al quale aderiamo determina la qualità della discrepanza rispetto a ciò che facciamo quindi anche l’intensità del senso di colpa o di vergogna che proviamo.
In altre parole, a seconda di ciò in cui crediamo, di ciò che riteniamo giusto o sbagliato definiamo, per noi stessi, se a ciò che facciamo o che siamo consegue una colpa o no.

3. Vergogna e senso di colpa generano paura del rifiuto

Generalmente la paura del rifiuto è indipendente dal grado di accoglienza manifestata da parte dell’ambiente. Chi ne soffre, se da un lato gioisce di un sorriso o di una parola gentile e non tollera un ambiente ostile e competitivo, dall’altro anche quando riceve manifestazioni di interesse, interiormente continua a tremare, aspettando il momento della doccia fredda che prima o poi inevitabilmente arriverà.

La frustrazione infatti non è aggirabile, è conseguenza, oltre che della concorrenza aggressiva, anche del fatto che gli uomini, pur aperti alla relazione, vivono nella separazione dall’altro. Dunque non possono essere sempre connessi, anche volendolo. La vita di ognuno di noi impone momenti di assenza, di distrazione, di concentrazione su altro o altri. Chi teme l’esclusione interpreta, per lo più inconsciamente, ogni sguardo dell’altro rivolto altrove come segno inequivocabile di antipatia, disinteresse o superficialità.

 

Accade quindi che, nell’attesa di una emarginazione, vengano messi in campo degli atteggiamenti di difesa preventiva, che però finiscono poi col realizzare, anziché scongiurare, l’eventualità temuta.

Tipicamente essi comprendono la chiusura, lo stare sulle proprie, il non cercare un contatto esibendo una falsa autosufficienza. La decodifica sul versante dell’altro è di disinteresse alla relazione, a cui segue un rivolgersi altrove. Così la profezia del rifiuto si auto avvera. 

4. Approccio terapeutico

Un lavoro di analisi in queste situazioni aiuta notevolmente, non tanto perché possa ripristinare una fiducia di base a cui non si arriverà mai, quanto perché renderà progressivamente consapevoli del fenomeno e impedirà, in parte, di scivolare pesantemente nei citati circoli viziosi e nelle profezie auto avveranti.

 

L’analista non è uno specchio che restituisce necessariamente un’immagine positiva. Anzi, sulla sua figura vengono proiettati i timori e le angosce infantili. La sua risposta potrà divergere da quella attesa nel momento in cui saprà essere vero, non artificioso, quindi nemmeno pacificante a tutti i costi.

Si produrrà così una progressiva tolleranza della frustrazione insita in ogni rapporto, data dalla non coincidenza collosa fra simili. Nella parola del paziente, che incontra un ascolto neutrale ma vivo, c’è la possibilità di una futura ripresa nel domandare, nell’andare verso l’altro tollerando l’angoscia, senza aspettarsi troppo, né rifiuto né protezione. 

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