“Strappare Lungo I Bordi”: Il Disagio Dei Millenials

_Strappare lungo i bordi__ il disagio dei millenials

Articolo scritto dalla Dr.ssa Paola Ventura 

Approdato a novembre 2021 sugli schermi, “Strappare lungo i bordi” si è subito posizionato come evento cult. A colpire tutti è stato il racconto della fragilità di una generazione cresciuta con grandi aspettative e grandi delusioni. I quattro protagonisti, attraverso i fumetti disegnati da Zerocalcare, ci raccontano la loro amicizia attraverso eventi salienti e riflessioni individuali, sociali e generazionali. 

Una generazione che sulla carta possiede tutte le possibilità del mondo ma che sente costantemente l’impedimento al loro utilizzo e alla propria soddisfazione. Una generazione caratterizzata da un forte disagio relazionale e, come emerge dalla serie animata, accompagnata spesso da vergogna e sensi di colpa.  

Ma chi sono i Millennials? Secondo alcuni studi è la generazione dei nati tra i primi anni 80 e la seconda metà degli anni 90, chi nel 2022 ha tra i 30 e i 40 anni. Il quadro che ne viene fuori è che sono mediamente più istruiti della generazione precedente, sono più multiculturali e sono stati i primi ad aver approcciato alle tecnologie digitali primordiali. 

Emerge una generazione giovane ma per alcuni tratti già vecchia, piena di possibilità e quindi anche di aspettative soprattutto nel contesto lavorativo. Destinata a vivere il passaggio da un mondo fatto di linee tratteggiate da seguire e la libertà di non poterlo fare, salvo poi pagarne il prezzo con il senso di precarietà. 

1. I temi che hanno catturato l’attenzione

Cosa significa “strappare lungo i bordi”? Significa seguire un meccanismo che porta a definire se stessi a priori, come se ci fosse un destino che ci conduce ad una forma già decisa per noi. Uscire dalle linee tratteggiate significa uscire da questo meccanismo con oneri e onori, assumendosi il “rischio di vivere” nell’imprevedibilità dell’esistenza e della propria unicità. 

“E allora noi andavamo lenti perché pensavamo che la vita funzionasse così, che bastava strappare lungo i bordi, piano piano, seguire la linea tratteggiata di ciò a cui eravamo destinati e tutto avrebbe preso la forma che doveva avere. Perché c’avevamo diciassette anni e tutto il tempo del mondo. (Zerocalcare)

E può essere capitato a tutti di sentirsi come uno dei protagonisti: l’insicurezza di Zero, l’ottimismo di Sara, la leggerezza di Secco e la fragilità di Alice. Sono elementi che appartengono a tutti e che possono essere sperimentati in ogni momento della vita. Spesso si ha paura di queste sensazioni . Invece è importante imparare a gestire ciò che la nostra mente e il nostro corpo ci dicono. Sono indispensabili per la nostra consapevolezza interiore e relazionale. Se mi conosco, so anche come mostrarmi all’altro con i miei limiti e le mie risorse, i miei pregi e i miei difetti; senza sentirmi costretto in un ruolo in cui mi riconosco poco e che mi crea disagio o che, come spesso accade, mi viene dato da altri.  Questo ci rende unici e non paragonabili. In una società che “ci costringe” ad avere, e sentire di avere, un occhio giudicante sulla vita propria e degli altri, questo potrebbe essere molto liberatorio.  

“E semo pure stupidi. Perché se impegnamo a fa’ il confronto co le vite degli altri. Che a noi ce sembrano tutte perfettamente ritagliate, impalate, ordinate. E magari so così perfette solo perché noi le vediamo da lontano.” (Zerocalcare)

Sicuramente un tema che ha accompagnato tutta la serie è quello del “filo d’erba”.

Ma non ti rendi conto di quant’è bello? Che non ti porti il peso del mondo sulle spalle, che sei soltanto un filo d’erba in un prato? Non ti senti più leggero? (Sara)

Unisce le tematiche fino ad ora viste e fa prendere coscienza dell’unicità della nostra esperienza. Noi diventiamo responsabili solo per noi stessi e non per gli altri che sono a loro volta “fili d’erba”. Alcune volte, sentiamo la necessità di corrispondere ad aspettative che possono derivare solo dalla nostra idea di essere necessarie, ci troviamo ad anticipare ed interpretare pensieri altrui senza che questo ci venga richiesto. Sono meccanismi automatici, appresi, spesso, dal proprio contesto socio-familiare ma che ci incastra in un meccanismo di corrispondenza all’Altro e per l’Altro che crea ulteriore disagio. 

Ho pensato che c’era qualcosa di incredibilmente rasserenante nell’essere un filo d’erba. Che non faceva la differenza per nessuno. E non c’aveva la responsabilità per tutti i mali del mondo.  (Zerocalcare)

Le aspettative e l’ansia di dover raggiungere degli obiettivi senza chiedersi e interrogarsi se è davvero la cosa voluta: la famosa linea tratteggiata da seguire. Quando poi ci si sente di appartenere ad una generazione che sulla carta ha tutte le possibilità, questo può deprimere. Ritrovarsi nel non sapere cosa si vuole fare, pieni di paure, soprattutto di deludere le aspettative altrui: aspettative nate e sviluppate in un altro contesto, lontano da noi.  Questo fa crescere ansia e disagio rispetto a noi stessi. Insieme cresce la paura di potersi interrogare e di potersi conoscere e  autenticare. Cresce la rincorsa a ciò che “è giusto” e non a ciò che “voglio e sento mio”. 

Tanto se una cosa deve succede, succede. Tutta ‘sta fretta di fa succede le cose ce l’ha messa il capitalismo. (Armadillo)

Ultimo ma non meno importante è il tema del dolore, centrale soprattutto in uno scambio tra Alice e un bambino. La società porta ad evitare il dolore, fin da piccoli viene presentato come qualcosa di brutto che non si deve provare. Il dolore può essere fatica ma è anche fortificazione, può essere sfiancante ma anche esperienza, può essere lacerante ma è anche rigenerante.  Fa parte del gioco della vita e non possiamo sottrarci, è proprio attraverso il dolore che contattiamo noi stessi e costruiamo nuovi strumenti per continuare il nostro percorso. 

Bambino: “Alice, ma la cicatrice poi passa?

Alice: “La cicatrice non passa, è come una medaglia che nessuno ti può portare via”

Bambino: “Ma perché non passa?”

Alice: “Perché è una cicatrice. Se andava via con l’acqua era un trasferello. È una cosa che fa paura, ma è anche una cosa bella, è la vita”.

2. Riflessioni conclusive

Come detto all’inizio, la generazione dei Millenials è quella che più ha sperimentato le tematiche affrontate nella serie animata.

Potremmo prendere esempio dai protagonisti della serie: uscire fuori dalle  linee tratteggiate, a volte anche con il rischio di restare un po’ ai “margini” ma consapevoli delle proprie necessità,  tra cui quelle di avere sempre spazio “per un pò di gelato”. 

Permettersi di essere “un filo d’erba” senza rimanere incastrato in meccanismi lesivi ma imparare a guardarsi dentro e conoscersi senza pretese e giudizi. 

Affrontare con i propri strumenti, le incertezze della vita. Partendo dalla consapevolezza che i nostri limiti, come le nostre risorse, sono punti di partenza e non di arrivo e possiamo sempre costruirne di nuovi. Affrontare i cambiamenti e le difficoltà nell’idea che possiamo superare ciò che succede, anche se a volte fa male. 

Senza il rischio di diventare cintura nera de come se schiva la vita” (L’Armadillo)

“Però volevo guarda’ ‘na serie, non fa psicoterapia. (Zerocalcare)”, se invece tu stai attraversando un periodo difficile e senti il bisogno di parlarne con qualcuno, contattami.

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